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Nuove forme di organizzazione del potere: da Diocleziano a Costantino

Il periodo che va dall’ascesa al trono di Diocleziano fino a tutto il regno di Costantino è caratterizzato da una serie di profonde riforme che avranno un influsso duraturo sulla vita dell’impero e gli permetteranno, almeno nella parte orientale, di sopravvivere per oltre 11 secoli. Nessun settore rimane invariato, dall’esercito all’amministrazione, dall’economia all’urbanistica, che nelle capitali imperiali acquisisce una serie di tratti distintivi.

La tetrarchia

Quando, nel 284, Diocleziano è proclamato imperatore a Nicomedia, l’esperienza di decenni di instabilità, tendenze centrifughe e di un sempre più evidente sbilanciamento del sistema difensivo, caratterizzato dalla presenza di troppi fronti a rischio, porta ormai a ritenere che una gestione stabilmente condivisa del potere sia una soluzione auspicabile. All’inizio (dal 286) l’imperatore si affianca come Augusto un commilitone, Massimiano, incaricato di occuparsi delle questioni occidentali; nel 293 altri due ufficiali di origine illirica, Galerio e Costanzo Cloro, sono cooptati come Cesari, uno per ciascuno degli Augusti (e destinati a succedere ad essi). Per quanto, soprattutto in Oriente, le singole giurisdizioni siano più flessibili, il sistema tetrarchico ha comunque una proiezione territoriale e una serie di "capitali" (sarebbe meglio parlare, tuttavia, di "centri operativi") più vicine ai confini dai quali provengono le maggiori minacce. L’Occidente è affidato a Massimiano e Costanzo Cloro; il primo, cui fanno capo l’Italia, l’Africa, la Spagna, ha come base Milano, affiancata dall’importante città portuale di Aquileia; il secondo, incaricato di sovrintendere alle Gallie e alla Britannia, ha base a Treviri, in Germania, con un relais importante a Eboracum (York).

La fondamentale prefettura dell’Oriente è invece sotto il controllo di Diocleziano, che stabilisce la sua capitale a Nicomedia (oggi Izmit, in Turchia), mentre a Galerio fa capo la prefettura dell’Illirico, il cui capoluogo è Sirmio, l’attuale Sremska Mitrovica in Serbia. In questa maniera Diocleziano riesce a schierare al proprio fianco i migliori generali dell’impero, evitando che si trasformino in rivali o usurpatori, e facendo sì che ogni settore delle frontiere abbia un responsabile in grado di accorrere rapidamente e di tenere la situazione sotto controllo. Negli intenti dell’Imperatore, il sistema tetrarchico dovrebbe proseguire indefinitamente, con la scelta di nuovi Cesari ogni qualvolta quelli esistenti passino al rango di Augusti: una sorta di riproposizione di una "monarchia adottiva" come quella degli Antonini, che tuttavia è destinata a naufragare ben presto, infrangendosi, proprio come quella, contro lo scoglio dei legami di sangue. Il primo passaggio di poteri, nel 305, va a buon fine, giacché Diocleziano abdica (ritirandosi nel suo palazzo di Salona) e, con la sua autorità, induce il collega Massimiano a fare lo stesso. Costanzo Cloro e Galerio passano di grado, e come Cesari sono scelti due protetti dello stesso Galerio, per l’Occidente Flavio Valerio Severo e per l’Oriente Galerio Massimino Daia, nipote dell’Augusto.

Costantino

Alla morte di Costanzo Cloro nel 306, le truppe acquartierate nella Britannia proclamano imperatore suo figlio Costantino. Questo turba il modello tetrarchico, giacché il successore designato di Costanzo sarebbe Severo; cionondimeno, Galerio fa buon viso a cattivo gioco e concede a Costantino il rango di Cesare.

Il nuovo sovrano si trova a dominare l’area delle Gallie, forte delle numerose truppe stanziate lungo il Reno, e in un primo tempo si trasferisce a Treviri, dove intraprende una vasta campagna edilizia. Nel frattempo in Italia è proclamato imperatore Massenzio, il figlio di Massimiano, che con l’aiuto del padre riesce a eliminare Severo. Gli anni seguenti sono molto convulsi e, dopo la morte di Galerio (311), scoppiano le ostilità tra Massenzio e Costantino, e contemporaneamente tra Licinio, che domina l’Illirico (e si schiera con Costantino), e Massimino, succeduto a Galerio in Oriente. Una volta superate le Alpi, Costantino vince le forze del rivale a Torino e Verona, per poi trionfare definitivamente nella celebre battaglia di Ponte Milvio (312).

L’anno seguente Licinio sconfigge definitivamente Massimino e dunque diviene padrone dell’Oriente; le frizioni tra i due imperatori sopravvissuti non tardano però a farsi sentire. Già nel 316 Costantino si impadronisce di buona parte dei Balcani, ma la resa dei conti finale ha luogo solo nel 324. Le armate occidentali, che combattono sotto il labaro cristiano e sono rafforzate da contigenti franchi, hanno la meglio sull’esercito di Licinio, di tendenze pagane e fiancheggiato da Goti, nelle battaglie di Adrianopoli e in quella, definitiva, di Crisopoli. Rimasto unico padrone dell’impero, Costantino, rispettando una tradizione diffusa nel periodo tetrarchico, decide di fondare una nuova capitale: viene prescelto il sito dell’antica colonia greca di Bisanzio, che è reinaugurata l’11 maggio del 330 con il nome di Costantinopoli.

Un’epoca di riforme

Le estese riforme di Diocleziano, sovente rivedute e corrette (più nel segno di una loro estensione che di un ritorno al passato) durante il regno di Costantino, vanno a costituire l’ossatura amministrativa e istituzionale alla base dell’impero romano di epoca tardoantica, che rimarrà grossomodo inalterata fino al VI secolo. Gli interventi dell’epoca tetrarchica e costantiniana, in molti casi, non nascono dal nulla ma fanno tesoro delle esperienze, dei tentativi di soluzione, delle tendenze riformatrici emersi nei decenni precedenti, che da episodici e circoscritti divengono generali e istituzionalizzati.

In primo luogo occorre notare un cambiamento che riguarda la figura stessa del sovrano, il cui potere diviene sempre più assoluto e, coerentemente con gli sviluppi già avvertiti nel III secolo, avvolto da un’aura di sacralità. È a questo che si fa riferimento quando, con una denominazione tradizionale, si fa riferimento agli ultimi secoli dell’impero come ad un "dominato", da dominus, "padrone". La corte imperiale, a partire da Diocleziano, adotta anche un fastoso cerimoniale di origine persiana, che finisce per rendere la persona del sovrano particolarmente intangibile e isolata, circondata dai ranghi dei suoi cortigiani e delle truppe di palazzo: questo, com’è stato notato, può anche rispondere ad esigenze di sicurezza, dal momento che, a partire da Caracalla, si contavano innumerevoli casi di imperatori uccisi con relativa facilità a causa dell’accessibilità della loro persona.

Particolarmente ridotte risultano le competenze del senato, che si trova esautorato di ogni rimanente funzione che non sia quella, peraltro puramente formale, di ratificare la nomina dell’imperatore. C’è da dire, peraltro, che agli occhi dei contemporanei il senato continua ad avere un senso come prestigiosa e veneranda assemblea dei maggiorenti dell’impero: solo così si spiega la decisione di Costantino di dotare la sua nuova capitale, Costantinopoli, di un senato equiparabile a quello di Roma. Allo stesso modo rimane in vita ancora per qualche secolo il consolato, i cui detentori sono sostanzialmente spogliati di ogni prerogativa tranne quella di poter dare il proprio nome all’anno in corso.

Le funzioni giudiziarie, fiscali ed amministrative divengono appannaggio di una serie di funzionari di altissimo rango che solo in pochi casi derivano dall’epoca repubblicana. In particolare, si distinguono quattro ministri di palazzo che si trovano a capo (per quanto non in via esclusiva) di molti degli uffici, scrinia, in cui si trova ad essere organizzata l’ipertrofica e sempre più centralizzata burocrazia. Il Quaestor Sacri Palatii, ad esempio, è incaricato della stesura degli editti e dei rescritti imperiali, mentre il magister officiorum, dalle competenze vastissime, svolge tra l’altro la funzione di "capo del personale", in particolare dei corrieri imperiali (agentes in rebus) e degli ispettori (curiosi), tra i cui compiti vi sarebbe anche quello di riferire su abusi o mancanze dell’amministrazione provinciale, con la quale invece finiscono spesso per essere in collusione. La responsabilità nei riguardi dei servizi postali imperiali e dunque anche delle ambascerie e delle comunicazioni con l’estero porta il magister officiorum a svolgere anche la funzione di "ministro degli esteri"; importante è anche il suo ruolo di sovrintendente delle grandi fabbriche statali di armi, situate tanto in Oriente quanto in Occidente, da cui dipende l’equipaggiamento delle truppe. Funzioni finanziarie hanno infine il comes sacrarum largitionum e il comes rei privatae, il primo dei quali sovrintende tra l’altro alle miniere e alle zecche, mentre il secondo si occupa specificamente dei possedimenti imperiali.

Ruolo importantissimo ricopre anche il prefetto del pretorio, che sotto Costantino perde definitivamente la sua funzione militare, divenendo però il culmine della carriera civile, al punto da poter essere considerato una sorta di "vice" dell’imperatore. Il prefetto, in particolare, è responsabile del prelievo fiscale e della ripartizione delle entrate, e, dal punto di vista giudiziario, costituisce l’estrema istanza d’appello, dal momento che giudica in nome del sovrano. In epoca tetrarchica, e anche sotto i figli di Costantino, ciascun imperatore è dotato del proprio prefetto, che segue gli spostamenti della corte e dunque non ha un’incardinazione territoriale. Quest’ultima è garantita dai vicarii, che per l’appunto fanno le veci dei prefetti e sono responsabili delle 12 diocesi, le organizzazioni sovraprovinciali create da Diocleziano per compensare la diminuzione del territorio delle province, raddoppiate di numero. Va da sé, naturalmente, che il ruolo dei vicari è esclusivamente civile. La città di Roma e il territorio circostante per un raggio di cento miglia sono invece amministrati, secondo le disposizioni di Diocleziano, dal praefectus Urbi, carica riservata alla classe senatoria e che, proprio per questo, finisce spesso in seguito per accentrare le nostalgie del passato, venendo considerata come l’ultima reliquia della Roma repubblicana.

Diocleziano, e poi con maggior successo Costantino, intraprendono anche una riforma del disastrato sistema monetario, in preda ad un’inflazione inarrestabile e ad una svalutazione che ha fatto scomparire quasi ogni traccia di metallo prezioso dal denaro circolante. Nel 309, in particolare, Costantino può introdurre il solidus, una moneta di oro fino corrispondente a 1/72 di libbra, che, sostanzialmente inalterata, rimane alla base del sistema monetario romano e poi bizantino fino all’XI secolo: la sua stabilità ha fatto sì che sia stato definito il "dollaro del Medioevo".

Verso la fine del 301 viene emanato anche il celebre edictum de pretiis, del quale sono stati trovati numerosi frammenti epigrafici nelle province orientali dell’impero (forse perché, come è stato sostenuto, l’editto è in vigore solo nella giurisdizione di Diocleziano). Dopo un magniloquente preambolo, dove il compito del sovrano viene identificato nel respingere i barbari e nel salvaguardare la situazione interna per mezzo del "bastione della giustizia", si accenna all’inflazione (per la quale vengono accusati gli speculatori), che erode il potere d’acquisto del salario dei soldati. Per contrastare questo fenomeno vengono dunque fissati per legge i prezzi massimi in denari per le singole merci, nonché per molte prestazioni di lavoro. Si va dai prezzi tutto sommato modici fissati per i ceci, l’avena, l’orzo, a cifre altissime, come 150 mila denari per un leone o una libbra di seta purpurea. L’editto, interessante come precoce tentativo di regolare dall’alto la situazione economica, è peraltro destinato al fallimento: vista l’impossibilità di rispettare i prezzi massimi, a causa dell’inflazione sempre galoppante, molte merci vengono ritirate dal mercato, e alla fine sono proprio contrabbandieri e speculatori quelli che ne traggono maggior vantaggio.

Oltre che dall’editto dei prezzi, peraltro, la difficoltà comportata dalla gestione delle transazioni in denaro è testimoniata anche dal fatto che il pagamento delle tasse fondiarie, le più importanti e vitali per il funzionamento dell’apparato pubblico e dell’esercito, viene convertito in natura. L’importo delle contribuzioni, costituite da derrate alimentari o altri prodotti, è calcolato sulla base delle unità fondiarie (iugatio) e dell’imponibile personale (capitatio), a loro volta stabiliti in base a complessi dati catastali aggiornati periodicamente (dopo alcune variazioni iniziali, ogni 15 anni) nel ciclo della cosiddetta "indizione" (letteralmente, "requisizione"). Esistono, naturalmente, anche alcuni tipi di tasse in denaro, che interessano soprattutto il commercio, ma il grosso del gettito fiscale è costituito da beni in natura, poi "girati" ai militari e ai funzionari statali, i quali dunque percepiscono denaro liquido solo episodicamente, soprattutto sotto forma di donativi imperiali. Com’è ovvio, questo sistema da un lato richiede un’organizzazione particolarmente complessa e gravosa per quanto concerne la raccolta e il trasporto delle imposte in natura; dall’altro, ha come corollario l’assoluta necessità che la produzione di derrate alimentari e di altri beni di consumo non subisca flessioni, a rischio di far saltare tutto il sistema. È per questo motivo che si assiste ad un vero e proprio "incardinamento" professionale forzato di tutti coloro che risultino legati al fondamentale processo di produzione, raccolta e trasporto dell’annona. I coloni che lavorano nei latifondi sono dunque vincolati al terreno, che non possono più abbandonare; i curiali, esponenti delle élite cittadine incaricate di gestire la raccolta e l’invio dell’annona, vedono il loro status diventare ereditario, con il divieto di lasciare il luogo di residenza; simili provvedimenti riguardano anche i navicularii, incaricati del trasporto via mare dei beni. Queste misure, oggi spesso giudicate oppressive e gravemente limitanti della libertà personale, sono finalizzate a tenere insieme la sempre più complessa macchina amministrativa dello stato, anche a prezzo della vera e propria sclerotizzazione di ampi strati dell’economia e della società.

Anche dal punto di vista militare, naturalmente, vi sono importanti cambiamenti, in molti casi in linea con le tendenze emerse nel periodo precedente. Dopo l’abbandono della Dacia da parte di Aureliano, le frontiere rimangono sostanzialmente stabili, potenziate semmai da strade fortificate (in particolare la Strata Diocletiana dall’Eufrate al Mar Rosso), dalla creazione di un limes fortificato in Dobrugia (la regione situata nell’ansa terminale del Danubio, particolarmente esposta agli attacchi dei Goti e di altre popolazioni barbariche), dall’erezione di forti lungo le coste dell’Inghilterra, già all’epoca insidiata dagli sbarchi di Sassoni, Pitti e Scoti (questi ultimi provenienti dall’Irlanda). Anche la sicurezza interna è aumentata con la costruzione, soprattutto in Gallia, di imponenti cinte murarie che mettono le città al riparo dai rischi provocati dai periodici sfondamenti del fronte renano da parte delle popolazioni germaniche.

Diocleziano e Costantino finiscono poi per tenere pienamente conto delle necessità strategiche emerse drammaticamente sotto i loro predecessori, in particolare quella di disporre di una forza di intervento mobile da destinare all’intervento rapido in caso di crisi. Le vexillationes di fanteria e cavalleria innestate nel comitatus imperiale sono dunque definitivamente distaccate dalle unità di appartenenza dislocate sui confini: i loro componenti, chiamati palatini o comitatenses, sono organizzati in vexillationes di 500 cavalieri e in legiones di 1000 fanti, al comando di magistri militum. Gli uomini rimasti a guardia dei confini, definiti limitanei e comandati da duces, sono fin dall’inizio considerati truppe di seconda scelta, con una paga inferiore e privilegi in meno rispetto ai loro colleghi dell’esercito mobile. Anche in questo caso l’indispensabile afflusso di reclute nei ranghi dell’esercito (accresciuto da questa sorta di "sdoppiamento", al punto da contare oltre 400 mila uomini sotto Diocleziano) è garantito con il ricorso all’ereditarietà del servizio e alla coscrizione, anche se rimangono comunque casi di arruolamento volontario.

Una topografia del potere: le fondazioni tetrarchiche

L’epoca tetrarchica si distingue anche per la creazione di nuove capitali o complessi palaziali, secondo una pratica che ha le sue radici nel III secolo (si può ricordare come Filippo l’Arabo avesse iniziato la costruzione della monumentale Filippopoli al posto del suo modesto villaggio natio, l’attuale Shahba, in Siria), ma che a cavallo tra III e IV secolo si va sistematizzando in forme caratteristiche. L’ultima, e la più importante di tali fondazioni è senz’altro costituita da Costantinopoli, inaugurata nel 330.

Quando Costantino pone mano all’edificazione della propria capitale, ristruttura una serie di edifici appartenenti alla vecchia Bisanzio, e in particolare alla sua rinascita monumentale patrocinata da Settimio Severo. Il principale viale colonnato, la Mese, viene impiantato, almeno nella parte iniziale, su una preesistente strada porticata; il foro severiano noto come Tetrastoon è parzialmente recuperato e ridedicato ad Elena Augusta, madre dell’imperatore, con il nome di Augusteion; l’ippodromo lasciato incompiuto è completato con l’estensione della cavea, ed anche i cosiddetti bagni di Zeusippo sono rifiniti con abbondanza di marmi pregiati e statue.

È stato sostenuto che questo sistema di edifici (cui naturalmente devono essere aggiunti quelli creati ex novo, come il palazzo imperiale), oltre a svolgere naturalmente un ruolo di utilità urbanistica, doveva anche fungere da manifesto del nuovo sistema di relazioni intercorrenti tra l’impero e la nuova capitale. Secondo un’interpretazione avanzata anche di recente, il progetto della nuova capitale intenderebbe dunque esprimere a chiare lettere il concetto di romanitas; questo varrebbe specialmente per i tre complessi, tra l’altro collegati l’uno all’altro, dei bagni di Zeusippo, dell’ippodromo e del Gran palazzo. Il primo avrebbe ricalcato le grandi fondazioni termali della città di Roma, espressione della benevolenza imperiale; l’associazione tra circo e palazzo, poi, non poteva non richiamare alla mente il rapporto tra il Circo Massimo e le residenze imperiali del Palatino. Sul modello, inoltre, del miliarium aureum di Roma, a Costantinopoli sarebbe stato eretto il Milion, che doveva svolgere le stesse identiche funzioni; lo stesso mausoleo di Costantino (connesso alla chiesa dei Santi Apostoli), una struttura a cupola a pianta centrale collocata all’interno delle mura, secondo quest’interpretazione intendeva richiamare l’esempio del mausoleo di Augusto.

In realtà, anche in questo settore l’originalità di Costantino dev’essere ridimensionata, e la sua attività, per quanto energica e intelligente, può essere in larga parte ricondotta nell’alveo della prassi tetrarchica. Agli inizi del IV secolo la costruzione di capitali o quartieri imperiali è un evento non particolarmente raro o inaudito. Treviri, Milano, Sirmio, Antiochia, Nicomedia, Tessalonica, Eraclea, ma anche Spalato e Felix Romuliana (Gamzigrad, la città natale di Galerio) sono centri interessati da una forte attività edilizia che sovente porta alla costruzione di vere e proprie cittadelle imperiali: ed in molti di questi casi si rimarcano proprio le caratteristiche attestate anche a Costantinopoli, come la giustapposizione tra il palazzo ed il circo (presente a Tessalonica, Antiochia, Milano, Treviri e Sirmio) e la presenza di un mausoleo imperiale di forma circolare all’interno delle mura (attestato a Tessalonica e Spalato). Nel caso della residenza imperiale di Massenzio sulla via Appia, a Roma, edificata nei primissimi anni del IV secolo, si riscontrano tutti e tre questi elementi: la villa imperiale propriamente detta, il circo di Massenzio ed il mausoleo circolare di Romolo.

Ciò non sembra un caso: la concezione sempre più autocratica della figura imperiale nella tarda antichità provoca un sostanziale isolamento della figura del sovrano, celato dalle mura del "sacro palazzo"; il circo diviene il luogo deputato alle apparizioni pubbliche dell’imperatore, e dunque è necessaria una sua collocazione in prossimità della sua dimora. Allo stesso modo, l’unione di residenza imperiale e mausoleo trova un significativo precedente nel palazzo dioclezianeo di Spalato, e servirebbe anch’essa rimarcare la sacralità della persona imperiale, in vita e in morte. La carica semantica dei nuovi monumenti costantinopolitani, in questo modo, risulta fortemente attenuata, giacché le linee portanti della nuova fondazione sembrano ricalcare, senza sostanziale innovazione, quelle delle varie capitali tetrarchiche.


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