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Pensiero società ed economia

Il pensiero politico ed economico ottocentesco trae ispirazione da diverse fonti: l’utilitarismo anglo-scozzese, che studia l’economia intesa come motore della società civile; la filosofia hegeliana, tentativo estremo di comporre l’unità del sapere scientifico e filosofico in un sistema coerente e superiore; infine l’Illuminismo francese, nella sua rivendicazione di ideali politici debitori a una ragione non necessariamente filtrata al vaglio dell’esperienza.

Premessa

Nel corso del XIX secolo l’economia politica si fa strada avanzando una pretesa di oggettività e, insieme alla sociologia, rivendica lo spazio tradizionalmente occupato dalla riflessione filosofica. L’attacco alla metafisica è deciso e sostanziale, per quanto la filosofia, ridotta sulla difensiva, non manchi di fare capolino proprio dalle concezioni più radicali o materialistiche che non sfuggono alla trappola della profezia (vissuta come previsione).

La riflessione sullo Stato e sulle forme di governo vede in primo piano le teorie liberali, a cui in genere, ma non sempre, corrispondono scelte liberistiche in campo economico. In politica come in economia la tendenza generale della riflessione sta nel passaggio dal “prescrittivo” al “descrittivo”: i fatti e le cose parlano, se li si interroga con il metodo giusto. Ma all’enorme sviluppo delle scienze naturali e sociali, nonché al loro successo, si oppone lo iato, spesso tragico, fra spiegazione del fenomeno e giustificazione delle sue conseguenze.

L’economia politica classica

Durante la rivoluzione industriale si affinano gli strumenti d’indagine della realtà economica che è caratterizzata da un’espansione del modo di produzione capitalistico e dal conseguente aumento di ricchezza della borghesia. La divisione del lavoro implica anche un aumento della povertà: le cause sono la rottura degli equilibri economici tradizionali, l’inurbamento e il rapporto sbilanciato fra produzione e consumo di beni. Si tratta del paradosso già noto a Bernard de Mandeville: l’aumento della produzione industriale si ottiene con la contrazione ai minimi vitali dei salari dei lavoratori (laborious poor). Questa tesi è fatta propria, insieme al motto “vizi privati, benefici pubblici”, dal capostipite dell’utilitarismo Adam Smith che la riassume nella “teoria della mano invisibile” (in Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni).

Nel Wealth of Nations smithiano vengono già elaborate la nozione di “divisione sociale del lavoro”, la distinzione fra valore d’uso e valore di scambio (che spiega il funzionamento del mercato), ma soprattutto la concezione del lavoro come misura del valore: esso, dice Smith, è “il primo prezzo, l’originaria moneta d’acquisto con cui si pagano tutte le cose”.

Sviluppando la “teoria del valore-lavoro”, David Ricardo pone le basi della riflessione economico-politica ottocentesca (On the principles of political economy and taxation, Principi dell’economia politica e delle imposte). Eliminando la rendita dal calcolo del costo di produzione, Ricardo – sagace agente di borsa – vuole spiegare la distribuzione del reddito come effetto della dinamica industriale, ed è questo il motivo della sua insistenza sulla semplificazione massima della struttura del costo di produzione. Il risultato di tale ricerca (che tende però a isolare il fattore tecnologico) è che il valore di un bene è determinato dalle ore di lavoro necessarie a produrlo.

Questa stessa ricerca, inoltre, è alla base della “teoria del plusvalore” di Marx, che estremizza l’insistenza di Ricardo sul valore-lavoro. Marx privilegia infatti il “lavoro vivo” nella determinazione del valore delle merci, mentre Ricardo sottolinea anche l’importanza del lavoro speso nella preparazione dei mezzi necessari alla produzione. Marx riprende poi un’altra tesi ricardiana, quella per cui il saggio di profitto tende naturalmente a uno stato stazionario o minimo (effetto che si riflette sui salari).

Nel panorama della tradizione classica, Jean-Baptiste Say sottolinea l’interdipendenza fra produzione, distribuzione e consumo, e nel suo Traité d’économie politique (Trattato di economia politica) enuncia la cosiddetta “legge degli sbocchi”, secondo cui la domanda viene creata e sostenuta dall’offerta: tutta la merce prodotta è assorbita dai consumatori che possiedono necessariamente il reddito per esaurire l’offerta.

Particolarmente critico della fiducia, ancora molto illuminista, alla base del pensiero di Say è l’economista inglese Thomas Malthus, la cui riflessione sulla curva del pauperismo anticipa certe conclusioni del darwinismo sociale. Malthus si avventura sul terreno minato della depressione economica e della crisi ciclica: l’insufficienza di domanda effettiva e il conseguente ristagno dell’offerta – cioè dell’impiego massimizzato delle risorse – è un evento che può benissimo verificarsi (Principles of political economy; Principi di economia politica).

Nel suo celebre Saggio sul principio della popolazione, Malthus rileva che, a fronte dell’aumento aritmetico delle risorse disponibili, si ha un aumento geometrico della popolazione: se la “lotta per l’esistenza” non falciasse parte dei poveri, il sistema economico non riuscirebbe nemmeno a porsi il problema dell’equilibrio. La soluzione malthusiana, che consiste nel controllo coatto delle nascite, intende attenuare i toni cruenti dello scenario urbano ottocentesco.

Al pari di Simonde de Sismondi (Balance des consummations avec les productions, Sul bilancio delle consumazioni colle produzioni), Malthus afferma inoltre la possibilità ricorrente di un sottoconsumo e, contro la sicurezza filosofica di James Mill, per il quale domanda e offerta sono sempre esattamente uguali, pone il problema dell’ingorgo generale delle merci.

Sui temi della crisi ciclica, della sovrapproduzione e dell’incipiente proletarizzazione di larghe fasce delle classi subalterne in Europa interviene la critica dell’economia politica di Karl Marx, che rappresenta una continuazione e allo stesso tempo un superamento dell’economia classica. Nonostante il vocabolario comune a quello di Ricardo (rendita, salario, profitto), Marx tratta le relazioni fra variabili economiche non tanto per fornirne una teoria esplicativa astratta, ma perché interessato ai rapporti sociali a esse sottesi.

L’autore distingue radicalmente fra valore d’uso e valore di scambio delle merci, ponendo l’accento su quest’ultimo e relegando in secondo piano il primo (a differenza di quanto faranno utilitaristi e marginalisti). Nel sistema capitalistico (modo di produzione) si usufruisce di un bene (merce) solo in termini di scambio: il lavoratore vende la propria forza-lavoro (una merce come ogni altra e nettamente distinta dal semplice lavoro) in cambio di denaro, per acquistare un equivalente in merci d’uso (lo schema M-D-M con cui si apre la più importante opera marxiana, Il capitale). Il datore di lavoro, o capitalista, acquista la forza-lavoro degli operai per ottenerne un guadagno che Marx chiama “plusvalore”. Il concetto, centrale nell’elaborazione marxiana, è illustrato dal passaggio D-M-D. La differenza di denaro DD ottenuta deriva dalla differenza fra costo della merce forza-lavoro e valore del lavoro complessivamente svolto dalla stessa in una data unità di tempo. Il valore del lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro (cioè il valore v pagato all’operaio) determina il valore di ogni merce insieme con il valore prodotto dal pluslavoro (cioè il plusvalore s) e il valore dei mezzi di produzione anticipato dal capitalista (c).

Il saggio di profitto è dato dal rapporto s/(c+v) e rimane interessante per il capitalista solo se aumenta il plusvalore, cioè lo sfruttamento della forza-lavoro.

Marx sottolinea che il saggio tende invece a decrescere (caduta tendenziale) poiché nel corso del ciclo economico per il capitalista crescono i costi rappresentati dal denominatore (c+v), relativo alla composizione organica del capitale. Gli interventi sulla tecnologia e una spasmodica ricerca di nuovi mercati rappresentano l’obiettivo dell’impresa capitalistica unitamente al maggiore sfruttamento della forza-lavoro. Il problema degli ingorghi di merci e delle crisi di sbocchi, già affrontati con differenti considerazioni dagli economisti borghesi, sono visti da Marx come segno distintivo della contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione. L’operaio moderno, per Marx, è pronto a rovesciare gli attuali rapporti di produzione e a sostituirli con una società in cui il lavoro sia liberato dalle “catene” del valore di scambio e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Dall’utilitarismo al marginalismo

Nella tradizione anglosassone lo studio dell’economia politica va a braccetto con quello dei sentimenti morali. Erede di questa tradizione, John Stuart Mill opera una sintesi fra utile individuale e interesse generale, mirando alla composizione di una nuova scienza, l’etologia, o scienza del carattere, in grado di abbracciare tutte le principali acquisizioni del nuovo metodo scientifico positivo.

Il liberale Mill spazia dalla stesura di trattati di logica all’impegno politico, ma la sua opera maggiore rimane quella dedicata allo studio dell’economia (Principles of political economy, Principi di economia politica), in cui l’autore distingue fra scienza e arte. La prima concerne la sfera della produzione del reddito e vi dominano “leggi di natura” non alterabili dalla volontà umana. In un’ottica utilitarista – Mill, infatti, oltre che di suo padre James, è allievo di Jeremy Bentham – l’autore indica nell’acquisizione e nel consumo di reddito un fine meramente individualista. L’arte consente tuttavia di declinare, a seconda delle più varie esigenze sociali, la necessità rappresentata dalle leggi di mercato: nella sfera della distribuzione del reddito le leggi e le istituzioni possono temperare la cruda realtà di fatto. Si ammette quindi la possibilità di integrare ragione ed esperienza in una visione definita “socialismo milliano”, che resta poi alla base del pensiero della Fabian Society e del Labour Party successivi.

L’elaborazione di Mill è venata da preoccupazioni sul degrado ambientale e sullo spreco, connaturati – come già appare chiaro a metà Ottocento – alla produzione industriale finalizzata esclusivamente al profitto. Qui l’autore riprende la tesi dello stato stazionario già cara a Malthus, il quale però lo vedeva in termini di entropia, di appiattimento e immiserimento generalizzati: Mill auspica invece, nella linea dell’“interesse bene inteso”, un progresso moderato i cui ingredienti siano una più equa distribuzione della ricchezza, un’oculata limitazione demografica e una parsimonia nell’impiego delle risorse naturali. Mill, inoltre, fa proprie anche le riflessioni di William Nassau senior (An outline of the science of political economy, Lineamenti della scienza dell’economia politica) che definisce la ricchezza in termini di risparmio, nel senso di “astensione” dal consumo: i capitalisti hanno diritto a una maggior fetta di ricchezza come premio per la loro scelta, in parte etica, di rinunciare al consumo immediato.

Mill rivisita il concetto di produzione che gli economisti della scuola classica definiscono in base all’oggettivazione del lavoro: il valore di un bene coincide con il lavoro richiesto per la sua realizzazione. Egli non archivia questa tesi, ma preferisce soffermarsi sull’utilità e la difficoltà di reperimento, viste come condizioni necessarie per il calcolo del valore delle merci; per questo Mill è considerato autore di transizione dalla teoria classica del valore (detta “teoria oggettiva” o ricardiana) a quella marginalista (“teoria soggettiva” o delle preferenze individuali).

Nella seconda metà del XIX secolo la scuola marginalista si attesta soprattutto grazie all’opera di tre autori: William Stanley Jevons (Theory of Political Economy, La teoria dell’economia politica); Karl Menger (Grundsätze der Volkswirtschaftslehre; Principi di economia politica); Léon-Marie-Esprit Walras (Eleménts d’économie politique pure, Elementi di economia politica pura). Questa scuola calcola il valore della merce sulla sua utilità marginale, cioè su un differenziale costituito in ultima analisi dalla preferenza del consumatore. L’utilità viene considerata funzione della quantità disponibile di un bene e assume così una posizione di primo piano rispetto a quella occupata in seno alla scuola oggettiva, che invece mette in risalto il valore di scambio in quanto funzione del costo di produzione.

Il marginalismo affina gli strumenti matematici indispensabili all’indagine dei fenomeni macroeconomici. L’ottimizzazione delle scelte di un consumatore (o di qualunque altro soggetto che rientri nella categoria homo oeconomicus) sta nell’uguaglianza fra l’utile tratto dalla quantità infinitesima (marginale, appunto) di un bene e l’incremento D di sforzo resosi necessario per acquisirlo. L’ottica marginalista viene poi estesa a tutti i fenomeni sociali; per quanto riguarda il calcolo della convenienza economica dei lavori pubblici ha un importante precursore in Antoine-Augustin Cournot (Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesses, Ricerche sui principi matematici della teoria della ricchezza) e, relativamente al concetto stesso di produttività marginale, in Johann Heinrich von Thünen (Lo Stato isolato in riferimento all’economia agraria e all’economia nazionale).

Il liberalismo

Il liberale ottocentesco fa proprio il perentorio be quiet che Bentham rivolge ai governi costituzionali dei Paesi industrializzati (A manual of political economy, Manuale di economia politica). La tradizione di libertà dallo Stato di ispirazione anglosassone – John Locke ne è il capostipite – si diffonde in Europa e giunge a piena maturazione con la crescita degli istituti rappresentativi (le camere), il riconoscimento della funzione neutra del monarca, e la distinzione o separazione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario. Lo Stato non deve essere altro, per dirla con le parole di Karl Wilhelm von Humboldt, che un “male necessario” (Idee su un saggio per stabilire i limiti dello Stato).

In Francia Benjamin Constant si scaglia contro l’aggettivo “assoluto” connesso all’idea di sovranità. Il suo obiettivo polemico è la teoria democratica di Rousseau più che la monarchia d’ ancien régime : qualunque sovranità deve essere limitata, cioè deve arrestarsi di fronte ai sacri diritti dell’individuo (De la liberté des anciens comparée à celle des modernes, Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni). Secondo questo liberale romantico, il risultato più eclatante delle garanzie d’indipendenza individuale e di libera concorrenza consiste nella fine della guerra, sublimata nelle relazioni di scambio economico e culturale fra gli Stati europei, ovvero fra le rispettive società produttrici e commercianti, solidali sotto il principio del laissez-faire. Come leggiamo nel suo Commentaire alla Scienza della legislazione di Filangieri, “cancelliamo dunque, per tutto ciò che non ha connessione con i delitti positivi, cancelliamo, dico, dal dizionario del potere le parole comprimere, estirpare, ed ancor più quella di dirigere. In riguardo all’opinione, all’educazione, all’industria la divisa dei governi deve essere: lasciate fare, lasciate correre!”.

Charles-Alexis de Tocqueville affronta il tema dei pericoli insiti, per la libertà individuale, nel clamoroso e inarrestabile sviluppo della democrazia moderna (che si distingue decisamente, sul tema della rappresentanza e della libertà individuale, da quella degli antichi). Così come per Montesquieu i “corpi intermedi” (nobiltà, clero, corporazioni, città) rappresentano gli ammortizzatori sociali del potenziale arbitrio della monarchia d’ancien régime, per il suo erede spirituale Tocqueville nelle società democratiche è necessario creare nuovi cuscinetti fra individuo e potere: la “tirannia della maggioranza” trova un contrappeso nella formazione di associazioni dal basso. Le associazioni di semplici cittadini diventano così “persone aristocratiche”: nella Democrazia in America sostiene: “un’associazione politica, industriale, commerciale o anche scientifica e letteraria, è come un cittadino illuminato e potente, che non può essere assoggettato a piacere, né oppresso in segreto, e che, difendendo i suoi diritti particolari contro le esigenze del potere, salva le libertà comuni”.

Benjamin Constant

Libertà nel pubblico, schiavitù nel privato
La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni

Chiedetevi, prima di tutto, Signori, che cosa intende oggi per libertà un Inglese, un Francese, un abitante degli Stati Uniti d’America.

È, per ognuno di loro, il diritto di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato in alcun altro modo, a causa della volontà arbitraria di uno o più individui. È per ognuno il diritto di esprimere la propria opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo; di disporre della sua proprietà e perfino di abusarne, di andare e venire senza chiedere permessi, e senza render conto delle intenzioni o dei suoi passi. È, per ognuno, il diritto di unirsi con altri individui, sia per ragione dei propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare il proprio tempo nel modo più conforme alle proprie inclinazioni e fantasie. E infine è il diritto, per ognuno, di esercitare la propria influenza sull’amministrazione del governo, sia concorrendo alla nomina di tutti o di alcuni dei funzionari, sia con rimostranze, petizioni, domande, che l’autorità è in qualche modo obbligata a prendere in considerazione. Paragonate ora a questa libertà quella degli antichi.

Essa consisteva nell’esercitare collettivamente, ma direttamente, molte funzioni della sovranità, nel deliberare, sulla piazza pubblica, sulla guerra e sulla pace, nel concludere con gli stranieri i trattati di alleanza, nel votare le leggi, nel pronunziare giudizi, nell’esaminare i bilanci, gli atti, la gestione dei magistrati, nel farli comparire davanti a tutto il popoli, nel metterli sotto accusa, nel condannarli o nell’assolverli. Era questo ciò che gli antichi intendevano per libertà; ma essi ammettevano contemporaneamente che questa libertà collettiva era compatibile con l’asservimento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme. Invano, o quasi, si cercherebbe presso di loro la possibilità di usufruire di quei vantaggi che, come abbiamo visto, fanno parte della libertà dei moderni. Tutte le azioni private sono sottomesse a una sorveglianza severa. Niente è concesso all’indipendenza individuale, né per quanto riguarda le opinioni personali, né in materia di attività economica, né, soprattutto, in materia di religione. La facoltà di scegliere il proprio culto, facoltà che noi consideriamo uno dei diritti più preziosi, sarebbe apparsa agli antichi un crimine e un sacrilegio. Anche nelle cose che a noi apparirebbero più futili, si intromette l’autorità del corpo sociale che trattiene la volontà individuale. Terprando non può, presso gli Spartani, aggiungere una corda alla sua lira senza che gli Efori si offendano. L’autorità si intromette fin nelle relazioni più intime. Il giovane spartano non può visitare liberamente la sua sposa. A Roma, i censori osservano con occhio scrutatore l’intimità delle famiglie. Le leggi regolano i costumi, e poiché i costumi comprendono tutto, non c’è niente che non sia regolato dalle leggi.

Così, presso gli antichi, l’individuo, quasi sempre sovrano negli affari pubblici, è schiavo in tutti i suoi rapporti privati. Come cittadino, decide della pace e della guerra; come privato, è limitato, osservato, represso in tutti i suoi movimenti; come membro del corpo collettivo, interroga, destituisce, giudica, spoglia, esilia, manda a morte i suoi magistrati e i suoi superiori; come sottoposto al corpo collettivo può a sua volta esser privato del suo stato, spogliato delle sue dignità, messo al bando, condannato a morte, dalla stessa volontà discrezionale del corpo sociale cui appartiene. Presso i moderni, al contrario, l’individuo, indipendente nella vita privata, è, anche nel più libero degli Stati, sovrano solo in apparenza. La sua sovranità è limitata, quasi sempre sospesa; e se a epoche fisse, ma rare, durante le quali è ancora più circondato di precauzioni e di restrizioni, esercita questa sovranità, non è che per abdicarvi.

Constant. Antologia di scritti politici, a cura di A. Zanfarino, Bologna, Il Mulino, 1962

Il socialismo

La teoria di John Stuart Mill vuole coniugare la necessità delle ferree leggi di mercato con la libertà delle scelte civili e sociali: nell’ambito della pacifica convivenza fra le classi vanno diluiti e mitigati gli effetti perversi dei meccanismi di mercato.

L’impegno di Mill alla Camera dei comuni (suffragio universale, voto alle donne) è sintomatico dell’attenzione rivolta dai liberali più attenti all’emergere della questione sociale, cioè alla rivendicazione sempre più rumorosa da parte del quarto stato di uno spazio economico e politico egualitario. Il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, l’estensione del suffragio, la nascita dei partiti politici sono le tappe dell’emancipazione ottocentesca del quarto stato, e le teorie socialiste ne rispecchiano la progressiva presa di coscienza, la rappresentazione del mondo (Weltanschauung); esse coprono infatti il vasto arco di tempo che corre dalle utopie d’inizio secolo all’anarchismo, al socialismo scientifico marx-engelsiano, fino agli albori della socialdemocrazia contemporanea.

Il motto “ordine e progresso”, scandito da Saint-Simon e ripreso da Comte, sancisce l’esclusione del politico in quanto metafisica, a favore della sociocrazia positiva. Il pensiero di Comte prevede il superamento di ogni altro “-ismo” nel connubio fra industriali, finanzieri e proletari; ingegneri e banchieri aderenti al credo positivo costituiscono l’intellighenzia francese durante il Secondo Impero. Il nuovo mondo comtiano, infatti, è di tipo marcatamente etico-religioso: l’altruismo e il culto dell’umanità prendono il posto di Dio e sono amministrati in un sacerdozio positivo.

L’individualismo è la connotazione del mondo moderno contro cui si scagliano di preferenza i pensatori socialisti e utopisti. L’altro motivo che accomuna i vari socialismi è l’enfasi posta sull’organizzazione collettiva, ma senza particolare cura per la dirigenza politica: lo stesso Marx riassume la critica al mondo borghese per mezzo della critica dell’economia politica, cioè del modo di produzione, relegando la dirigenza politica a fenomeno secondario e sovrastrutturale.

Di qui gli esperimenti organizzativi su basi aprioristiche e volontaristiche dei socialismi premarxisti. L’iniziativa di Robert Owen (Letters on Poor Relief e Report to the County of Lanark) nella propria fabbrica tessile, ad esempio, vuole eliminare la fase intermedia, monetaria e mercantile, fra produzione e consumo: è un modo per prendere veramente alla lettera l’astrazione ricardiana sul valore-lavoro. Analogamente, Fourier concepisce falansteri come insediamenti autosufficienti per la realizzazione di un essere umano psicobiologicamente inedito. L’uomo e la donna non escono mai dalla loro unità-falansterio, dove si trovano addirittura celle appositamente attrezzate per consumare gli atti sessuali e ogni aspetto dell’esistenza individuale è dominato dal principio dell’armonia.

Nell’ambito del socialismo utopistico, Proudhon sottolinea la necessità di totale eliminazione della mediazione politica, e infine della stessa autorità, dal programma di emancipazione dell’uomo moderno. L’anarchia presuppone il dato di base dell’eguaglianza nelle retribuzioni, a prescindere dal tempo-lavoro profuso nella propria occupazione. Una volta accertato che non si crei una sperequazione artificiale sui salari, e che sia garantito il loro livellamento assoluto, può manifestarsi l’eccedenza di energia che differenzia, e perciò qualifica, ogni uomo rispetto ai suoi simili. Alla domanda “che cos’è la proprietà?”, quindi, Proudhon risponde: “è un furto” (Qu’est-ce que c’est la propriété?, Che cos’è la proprietà?). L’autore reputa tuttavia il possesso un valore basilare per l’uomo libero, così come lo è la famiglia monogamica. Le differenze che si sviluppano nella libera espressione delle potenzialità umane non tendono al contrasto, bensì all’omogeneizzazione, secondo i principi del mutualismo e dell’associazionismo solidaristici.

Nel pensiero di Proudhon, e in generale nell’anarchismo e nel socialismo utopistico, si assiste al trionfo della volontà sulle determinazioni economiche. È questo aspetto che induce Marx ed Engels a bollare come “filistei” e “piccolo-borghesi” i difensori dell’egualitarismo che precedono la loro impostazione scientifica. Così, al Sistema delle contraddizioni economiche, o filosofia della miseria, Marx replica con quella Miseria della filosofia che rientra nella sua produzione polemica prequarantottesca, segnando il distacco dall’hegelismo di sinistra. Infatti, anche nella Sacra famiglia, o ancora nell’ Ideologia tedesca, Marx ed Engels “fanno i conti” con la filosofia: non si tratta più, come recita la celebre undicesima tesi su Feuerbach, di interpretare il mondo, bensì di cambiarlo.

Lo scontro fra le dottrine marxiste, anarchiche e utopiste si ripropone nell’organizzazione della Prima Internazionale dei lavoratori. Pochi anni dopo, la Seconda Internazionale vede comunque il predominio dei socialdemocratici tedeschi, influenzati anche dall’opera e dalla presenza del vecchio Engels. A fine secolo, questi stende un’Introduzione al testo dell’amico Marx sulle lotte di classe in Francia, tratteggiando l’eventualità di una conquista pacifica del potere statale dall’interno delle stesse istituzioni, tramite una “tattica legalitaria” basata sulla rappresentanza parlamentare. Ammettendo poi che le incitazioni racchiuse nei suoi scritti e in quelli di Marx di mezzo secolo prima non sono più attuali, Engels apre la strada alla convivenza all’interno della socialdemocrazia tedesca, e non solo, dell’ortodossia di Karl Kautsky e del revisionismo di Eduard Bernstein.

Charles Fourier

Sul commercio
L’armonia universale

4. Definizione del commercio

Un critico a lungo famoso per i suoi articoli maligni, Geoffroy, si arrischiò un giorno a parlar di commercio. Era poco esperto in materia e lo riconosceva lui stesso. Come tesi sostenne una verità incontestabile e riconosciuta da tutti i mercanti: affermò che il commercio è l’arte di vendere a sei franchi ciò che ne vale tre. Chi abbia una qualche dimestichezza col commercio riconoscerà che quest’arte rappresenta da sola la metà della scienza mercantile; l’altra metà consiste nell’arte di comprare a tre ciò che ne vale sei. Questo significa che il talento commerciale è composto e non semplice; esso è formato da due elementi, l’arte della vendita e l’arte dell’acquisto: colui che riunisce in sé i due talenti è il Magnus Apollo per eccellenza, tipo in gamba, bel cervello in termini tecnici.

5. I commercianti non sono che dei parassiti

I manifatturieri e i coltivatori creano la ricchezza; il commerciante non produce niente; non è altro che un agente di distribuzione, un valletto dei manifatturieri che ne permettono l’esistenza...

I dirigenti delle fabbriche possono facilmente supplire alle operazioni dei mercanti; possono comprare direttamente le materie prime, spedire per la via più breve gli oggetti fabbricati o inviare commessi per la vendita e la distribuzione. In nessun caso invece i mercanti possono rimpiazzare i manifatturieri, né fabbricare in loro assenza.

Il commercio è il nemico naturale delle fabbriche; finge di adoprarsi per approvvigionarle, ma in realtà non lavora che per taglieggiarle. Così nella maggior parte delle città manifatturiere, è risaputo che il piccolo fabbricante poco fortunato non lavora che per il profitto dei mercanti di materie prime; nello stesso modo in cui il piccolo coltivatore non lavora che per il profitto dell’usuraio e lo scienziatello di soffitta per quello del gran sapiente d’Accademia che si degna di pubblicare sotto il proprio nome il frutto delle veglie di un manovale letterario salariato.

In una parola, il commerciante è un corsaro industriale che vive a spese del manifatturiere, cioè del produttore.

Queste schiere di mercanti sono, se si fa il confronto con l’ordine veritiero, soltanto dei pirati sociali, calabroni industriali che, pur non producendo nulla, con le loro operazioni prelevano la maggior parte degli utili, e con le loro estorsioni defraudano il produttore, il consumatore e il governo, col pretesto di approvvigionarli.

6. Il commercio contro se stesso: i misfatti della concorrenza

Divenuti troppo numerosi, i mercanti si disputano con accanimento le vendite che per l’incremento della concorrenza diventano ogni giorno più difficili. Una città che consumava diecimila barili di zucchero quando aveva dieci mercanti, continuerà a consumare diecimila anche se il numero dei mercanti sarà salito a quaranta. È ciò che è avvenuto in tutte le città di Francia. Adesso dobbiamo udire questi formicai di mercanti lamentarsi del ristagno del commercio, quando dovrebbero invece piangere sull’eccessivo numero dei commercianti; li vediamo esaurirsi nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altro e avventurarsi in spese folli per il piacere di schiacciare un rivale. A torto si crede il mercante schiavo solo del proprio interesse: egli è più che altro preda della gelosia e dell’orgoglio. Gli uni si rovinano per la sterile gloria di organizzare affari colossali, gli altri per la mania di schiacciare un vicino il cui successo li esaspera.

C. Fourier, L’armonia universale, Roma, Editori Riuniti, 1971

Il nazionalismo

Lo straordinario sviluppo economico e tecnologico del XIX secolo si lega all’esplosione di un sentimento nazionale che in vari Paesi europei degenera in nazionalismo: passa cioè dall’afflato settecentesco per le idee di emancipazione e giustizia dei popoli all’accettazione del dato nazionale fine a se stesso. Questo vale per i Paesi in cui la realtà unitaria è più antica come in quelli che nel corso del secolo rivendicano l’indipendenza, cioè una propria configurazione autonoma a spese di vecchi assetti imperiali e particolaristici.

Dalla velleità antinapoleonica della guerra di liberazione tedesca – Fichte tiene i suoi Discorsi alla nazione tedesca nella Berlino occupata dai Francesi – alla revanche antiprussiana della Francia di fine secolo, il tema della distinzione nazionale e del primato sul campo di battaglia, oltre che su quello scientifico ed economico, permea la storia dell’Ottocento europeo. La nobile gara nel primato della scienza e della tecnica viene oscurata dall’espansione coloniale: gli imperialisti inglesi, come Rhodes e Carlyle, parlano di “fardello dell’uomo bianco”, riferendosi all’onere connesso all’esportazione della civiltà superiore in un globo terracqueo primitivo.

Con il suo trattato sulla guerra (Vom Kriege) Von Clausewitz afferma la stretta e necessaria coesione dello “strano triedro”, cioè popolo, governo e condottiero. Dalla battaglia di Lipsia (o “battaglia delle nazioni”) che anticipa Waterloo, all’accerchiamento di Napoleone III a Sedan, la Germania unifica le proprie forze sotto la guida di un ideale di potenza che non cessa di omogeneizzare anche le sinistre più refrattarie, come dimostrano l’appoggio dato a Bismarck da Ferdinand Lassalle (System der erworbenen Rechte, Sistema dei diritti acquisiti) e la votazione dei crediti di guerra da parte dell’autorevole rappresentanza socialdemocratica allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Nel corso di questo processo, gli stati tedeschi danno vita allo Zollverein (1834), unione economica che, in nome del libero commercio, abolisce i dazi doganali all’interno della Confederazione Germanica. Lo Zollverein rappresenta una testimonianza del sorgente spirito nazionale e un passo importante verso l’unità politica tedesca. È in questo contesto che si colloca il pensiero economico e politico di Friedrich List. Con Il sistema nazionale di economia politica (1841) egli dà forma compiuta alla teoria moderna del protezionismo, il quale quindi prende le mosse più dal contesto storico che l’ha visto nascere che non da principi ideali; un orientamento destinato a perdurare a lungo nella tradizione tedesca. Contro il libero scambio e il cosmopolitismo, List difende l’economia nazionale, fondandone le basi su un’ideologia rurale e conservatrice, ma senza cedere a quell’idealizzazione della comunità organica medievale che è possibile trovare in teorici come Adam Müller e Friedrich Gentz. La teoria di List si fonda su una visione storica per cui le nazioni si sviluppano secondo differenti velocità, attraverso una serie di cinque stadi: da quello selvaggio a quello pastorale, da quello agricolo a quello agricolo-manifatturiero fino a quello che comprende agricoltura, commercio e manifattura e che pone l’industria in posizione privilegiata. In quest’ultimo stadio, che per List è quello a lui contemporaneo, lo Stato ha il dovere di proteggere la crescita del settore industriale, ancora fragile, grazie proprio al protezionismo. Ma tale concezione politica non si fonda solo sui meccanismi del sistema economico e sulle necessità materiali: condizione per lo sviluppo storico è anche il comune riferimento a saldi valori etici fondati sulla tradizione nazionale, così che la moralità, dei cittadini come dei politici, è considerata un fattore imprescindibile per il progresso.

La messa fra parentesi dei valori universalistici cari alla mentalità illuminista trova espressione anche nell’eminente e variegata scuola dello storicismo, che si sviluppa in tutta Europa e in particolare in Germania; ma gli elementi più perniciosi della destra nazionalista sono germinati ovunque nell’Europa di fine secolo. In Francia, l’isterismo della revanche porta al caso Dreyfus, importante avvisaglia di un antisemitismo che cresce ogni giorno di più. Nel suo romanzo Appel au soldat (Appello al soldato), Maurice Barrès equipara il soldato al contadino vittima dell’industrializzazione, esortandolo a vivere non nella “libertà di pensiero”, bensì nel culto dei morti: “essi e la terra comandano l’azione”. Il testimone sarà raccolto da Charles Maurras, per il quale, in Mes idées politiques (Le mie idee politiche), “la giusta legge politica non è affatto una legge regolarmente votata, ma una legge che concorda e che conviene alle circostanze. Non la si crea, ma la si enuclea e la si scopre nell’intima natura dei luoghi, dei tempi e degli stati”.


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