8'

1848: riformatori e rivoluzionari

L’importanza del 1848, come data che segna uno spartiacque nel XIX secolo e che in certo senso apre la vera e propria età contemporanea, si misura sulla varietà degli eventi e delle suggestioni ideologiche che si accavallano in un arco di tempo così breve. Mentre una parte dell’Europa combatte ancora per elementari diritti di rappresentanza politica, un’altra in nome dell’uguaglianza dei diritti di proprietà già proclama la sua lotta al nascente universo dei rapporti borghesi.

L’anno dei portenti

Per l’improvviso esplodere di moti quasi ovunque in Europa, il 1848 appare già ai contemporanei un anno straordinario, tale da segnare una cesura molto significativa con il passato e una non meno impegnativa apertura verso l’avvenire.

L’importanza del 1848 sta proprio nell’emergere perentorio di bisogni diversi: nei suoi contenuti più moderni tocca già la questione della proprietà e i limiti di espansione delle forze borghesi, mentre nei contenuti per così dire più tradizionali si presenta come una prosecuzione delle battaglie avviate con la Rivoluzione francese e sostenute con difficoltà nei decenni della Restaurazione, per le libertà politiche e l’indipendenza dei popoli. Questo duplice aspetto definisce da un lato diversità nazionali, per cui soprattutto in Francia si assiste all’esplodere della questione sociale, mentre in Italia, nei Paesi asburgici e in Germania prevalgono i temi dell’indipendenza nazionale e della trasformazione costituzionale del sistema politico. Le linee di demarcazione non sono tuttavia così nettamente coincidenti con le particolarità dei singoli Stati; quasi ovunque la battaglia antiassolutistica si intreccia con un aspro confronto tra liberali e democratici sull’esito conclusivo da dare a questa lotta. Mentre per i liberali il risultato da cogliere è quello della piena emancipazione delle forze produttive della nuova borghesia in un quadro di istituzioni fondate sull’eguaglianza giuridica dei cittadini e sulla rappresentanza politica dei ceti proprietari e produttivi, per i democratici e per i primi socialisti l’affermazione dei princípi formali di libertà deve coincidere con la promozione dei diritti sostanziali di eguaglianza, attraverso il suffragio universale e forme di gestione collettiva o cooperativa dei mezzi di produzione.

Nel corso di questo anno straordinario appare comunque evidente la fine della Restaurazione, sia nei suoi equilibri politico-diplomatici sia in quelli sociali. Il 1848, infatti, segna il tramonto di ogni alleanza tra aristocrazie legittimiste e borghesie moderne: di fronte alla chiusura repressiva delle monarchie restaurate, queste ultime non coltivano più illusioni di collaborazione e affidano le proprie esigenze di modernizzazione alla rottura esplicita degli equilibri politici usciti dal Congresso di Vienna.

La Francia

La caduta della monarchia orleanista in Francia è il risultato del crescente malcontento per un indirizzo di governo esclusivo sul piano dei diritti politici, legato altrettanto esclusivamente agli interessi delle grandi società finanziarie. Nella rivoluzione del febbraio del 1848, quindi, si ritrovano le aspirazioni di una borghesia intellettuale e mercantile sacrificata dal grande capitale e i bisogni di un mondo operaio in crescita quantitativa, ma privo di adeguata tutela.

La repubblica, proclamata all’indomani della fuga di Luigi Filippo d’Orléans, con i suoi inevitabili echi rivoluzionari e patriottici, sembra il regime più adatto a favorire un nuovo incontro tra borghesia progressista e masse popolari.

Da subito vengono messe all’ordine del giorno le questioni della libertà e del lavoro; accanto all’adozione del suffragio universale, poi, la creazione degli ateliers nationaux (fabbriche rette dallo Stato per alleviare la disoccupazione) esprime la consapevolezza del nuovo governo democratico – dove liberali come il poeta Lamartine si trovano insieme a radicali come Ledru Rollin e a socialisti come Louis Blanc – della necessità di nutrire di sostanza sociale l’affermazione dei princípi formali di libertà.

I risultati delle prime elezioni per l’Assemblea costituente rivelano però, ancora una volta, l’esistenza di una divisione all’interno della Francia: da un lato la parte conservatrice con largo seguito nel mondo contadino e dall’altro quella fortemente progressista delle città operaie e soprattutto della capitale. Il voto delle campagne favorisce così un nuovo orientamento in senso moderato del governo repubblicano, all’origine della durissima repressione delle agitazioni popolari del giugno del 1848 a Parigi e della rottura del blocco sociale che in quei mesi lo ha sostenuto.

Questa rottura prepara la strada al potere personale di Luigi Carlo Napoleone Bonaparte che, riproponendo il mito imperiale, appare l’uomo in grado di assicurare – ma su un piano inevitabilmente autoritario – quella ricomposizione di interessi di cui la repubblica alla fine si mostra incapace.

Il mondo tedesco

Tanto nel frammentato mondo degli Stati tedeschi quanto nel policentrico Impero austro-ungarico si assiste all’esplodere di rivolte caratterizzate da un duplice obiettivo: libertà costituzionali e indipendenza nazionale.

Nel caso della Germania, alle richieste di libertà costituzionali e d’indipendenza si aggiunge anche il tema dell’unità del mondo tedesco; nei lavori del Parlamento, riunitosi a Francoforte a partire dal maggio del 1848, l’unità appare infatti una questione preliminare che impone la scelta tra una soluzione grande-tedesca che coinvolga anche l’Austria e una soluzione piccolo-tedesca guidata dalla Prussia. Il legame tra Costituzione e unità è alla base della posizione dei liberali tedeschi, convinti che solo il processo di unificazione darà forza e stabilità alle loro richieste costituzionali, ma preoccupati nello stesso tempo che il perseguimento dell’unità non avvenga sacrificando forme e contenuti della cultura liberale.

Così, quando il principe ereditario di Prussia Federico Guglielmo, futuro Guglielmo I, rifiuta la corona tedesca, perché gli viene offerta da un’Assemblea rivoluzionaria di rappresentanti del popolo, vengono confermati i timori del liberalismo tedesco; d’altronde, però, il rifiuto del Parlamento di Francoforte a proseguire coraggiosamente sulla strada intrapresa, giungendo fino alla proclamazione della repubblica, dimostra la debolezza di quel liberalismo che all’interno della società tedesca non è sorretto da una adeguata modernizzazione delle forze borghesi.

L’arretratezza dell’universo sociale, che impedisce di ricomporre armonicamente le questioni delle libertà costituzionali, delle autonomie nazionali e della partecipazione democratica, caratterizza anche le burrascose vicende dell’Impero asburgico. L’esplosione delle nazionalità, invece di agevolare un processo di costituzionalizzazione dell’impero, disperde le energie delle forze autenticamente liberali e, in un certo senso, le rende ostaggio dei disegni autonomisti delle aristocrazie locali nell’ambito di ciascuna nazionalità.

Questo comporta, peraltro, il sorgere di rivalità tra etnie e nazionalità che, dopo l’iniziale sbandamento, facilita il ripristino dell’autorità imperiale. Solo in Ungheria la repubblica proclamata da Lajos Kossuth – per quanto anch’essa alla fine repressa militarmente – si segnala per il generoso tentativo di rompere questa subalternità, facendo appello agli interessi della piccola proprietà terriera con un programma accentuatamente democratico.

La questione italiana

Anche in Italia il 1848 vede liberali e democratici agitarsi intorno ai temi della Costituzione, dell’indipendenza e dell’unità.

La prima guerra d’indipendenza – dopo gli entusiasmi accesi nei mesi precedenti dalla concessione di carte costituzionali da parte dei principali sovrani della penisola – rappresenta la fine dell’illusione in una possibile collaborazione tra le forze più avanzate del liberalismo e le dinastie italiane.

Parallelamente, riprende vigore il progetto democratico, tanto nelle sue aspirazioni repubblicane quanto nelle sue finalità sociali: il popolo viene assunto come soggetto protagonista di un processo di emancipazione in grado di condurre al tempo stesso all’unità nazionale, alle libertà costituzionali e all’eguaglianza sociale. Infatti, tra le caratteristiche del programma di Mazzini, che allora sembra potersi concretizzare nelle repubbliche proclamate a Firenze, a Venezia e soprattutto a Roma, accanto all’inevitabile affermazione del suffragio universale c’è anche una ridiscussione della proprietà privata. Il principio ispiratore è la necessità di far coincidere proprietà e lavoro o nelle forme tradizionali dell’impresa artigiana o in quelle della proprietà cooperativa, più adeguata allo sviluppo economico moderno. Il problema contadino rimane però alquanto in ombra in questo disegno, divenendo un grave elemento di debolezza per la democrazia mazziniana. Le campagne italiane, infatti, rimangono estranee alla battaglia per l’indipendenza e l’unità che i democratici combattono sostituendosi – essi affermano – alle rovinose timidezze e ambiguità dei gruppi liberali. Solo Carlo Pisacane negli anni successivi, interpretando la sconfitta della democrazia italiana nel 1848-1849 proprio come incapacità di sollevare le masse contadine, si fa interprete di un passaggio dalla democrazia al socialismo che pone la questione della collettivizzazione delle terre al centro del processo di liberazione e unificazione della penisola.

Il Manifesto di Marx

“Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa [...] si sono alleate in una santa caccia spietata contro questo spettro”. Così comincia il celebre Manifesto del Partito comunista che due intellettuali tedeschi, Karl Marx e Friedrich Engels, pubblicano nel febbraio del 1848. I due autori, come Mazzini in Italia, sono convinti che lo sviluppo del sistema industriale realizzato nel Settecento dalla borghesia capitalista europea – alla quale essi riconoscono di aver liberato gli uomini dai ceppi antichi del feudalesimo, aprendogli nuovi orizzonti materiali e intellettuali – ha nella separazione tra capitale e lavoro il suo punto fondamentale di ingiustizia e precarietà. Ma a differenza di Mazzini, che ovviamente ha davanti le ben più arretrate condizioni della frammentata Italia della Restaurazione, Marx ed Engels credono che anche in futuro la questione nazionale non possa interessare il proletariato europeo. Si tratta, al contrario, di accrescere nelle masse dei lavoratori la consapevolezza della distanza che li separa dalla borghesia proprietaria e sfruttatrice, preparandoli a una battaglia di dimensioni internazionali che avrà come suo esclusivo oggetto l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione: solo quando sarà eliminata la causa generatrice delle diseguaglianze sarà possibile parlare in modo autentico di libertà e di democrazia.


Tutti i diritti riservati - EM Publishers Srl