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San Vitale a Ravenna

Divenuta capitale del Sacro Romano Impero d’Occidente, Ravenna si arricchisce di numerosi monumenti ecclesiastici, splendida testimonianza dell’architettura paleocristiana. La chiesa di San Vitale si inserisce perfettamente in tale produzione artistica tanto con i suoi elementi strutturali mutuati dai modelli palaziali romani, quanto con gli elementi decorativi degli interni di evidente ispirazione metropolitana.

Ravenna capitale d’Occidente

Posta al confine tra Oriente e Occidente dell’impero, Ravenna diventa inizialmente capitale della parte occidentale, allorquando Onorio vi trasferisce da Milano la sede imperiale (402); gli farà seguito la reggenza (425-437) della sorella Galla Placidia e del giovane figlio di lei Valentiniano III, fin quando l’arrivo di Teodorico da Costantinopoli non trasformerà Ravenna nella residenza dei nuovi conquistatori ostrogoti (493-526). Solo successivamente, nel 540, nel corso della guerra greco-gotica (535-554) promossa da Giustiniano, la città ritorna parte dell’Impero romano d’Oriente, quale sede amministrativa della prefettura e poi dell’esarcato d’Italia fino al 751, anno della conquista longobarda ad opera di Astolfo.

Ed è proprio durante la sua “ascesa imperiale” che a Ravenna sorgono un gran numero di edifici ecclesiastici, che ancor oggi in parte sopravvivono quale splendida testimonianza di architettura paleocristiana del V e VI secolo: il Battistero Neoniano, gli edifici teodoriciani sorti per il culto ariano, come la cattedrale e il relativo battistero, o la Basilica Palatina di Teodorico poi divenuta Sant’Apollinare Nuovo. San Vitale si inserisce quale esempio di straordinaria sintesi di due mondi, l’Occidente e l’Oriente che premono con le loro influenze e i loro apporti. Sorta vicino alla chiesa di Santa Croce e al Mausoleo di Galla Placidia, la chiesa ha inglobato un precedente sacello del V secolo dedicato al martire Vitale, innalzato proprio sul luogo in cui il santo subì il martirio. Il protostorico ravennate Andrea Agnello riferisce che mandans della chiesa almeno per quanto concernono le fondazioni fu il vescovo di Ravenna Ecclesio (522-532), è probabile, invece, che la costruzione vera e propria dovette attuarsi al tempo del vescovo Vittore (537-544) e che Massimiano da Pola, suo terzo successore e primo arcivescovo di Ravenna, la consacrò nel 547. Giuliano argentarius, banchiere di origine greca, finanziò la costruzione versando la somma di ben 26 mila solidi d’oro, così come per altre due chiese ravennati, San Michele in Africisco e Sant’Apollinare in Classe.

San Vitale tra Oriente e Occidente

Per la sua pianta ottagonale San Vitale si riallaccia a numerosi edifici del Vicino Oriente, che trovano tuttavia i loro prototipi nell’architettura palaziale romana, basti pensare alla celebre Domus aurea di Nerone.

Esternamente l’edificio presenta due corpi prismatici ottagonali sovrapposti, di cui quello interno più alto e stretto è sormontato da un tetto piramidale inglobante la cupola, strutturata con doppia fila di tubi fittili secondo un’usanza tipicamente mediterranea e africana nello specifico. Lo spazio sacro del presbiterio, con l’abside poligonale esternamente e semicircolare internamente che rimanda a una pratica costantinopolitana, è fiancheggiato dagli articolati ambienti dei pastofori. L’attuale ingresso è costituito da un nartece rettangolare che aderisce solo a uno spigolo dell’ottagono, mentre alle estremità si innalzano due torri scalari che permettevano in origine di accedere ai matronei. Notevole è lo slancio verticale dell’intera struttura, realizzata in laterizio come avviene di norma a Ravenna, adottando però in tal caso mattoni lunghi e sottili del tipo costantinopolitano. Internamente otto pilastri di forma poligonale sostengono il tamburo e la cupola sovrastante; alternate ai pilastri, delle esedre semicircolari si aprono verso un deambulatorio sovrastato da un matroneo alleggerito da trifore, secondo una concezione architettonica bizantina che accosta San Vitale alle più famose Santa Sofia, Santi Sergio e Bacco e Sant’Irene. Anche l’apparato scultoreo riflette una chiara influenza metropolitana, addirittura importando direttamente il materiale, come le transenne e parte dei capitelli imposta lavorati mediante un sapiente uso del trapano, mentre sia nei sottarchi delle trifore presbiteriali che nelle pareti e volte è diffusa una decorazione a stucco a tema geometrico e vegetale che riflette influenze dell’arte sasanide.

Mosaici e marmi: la celebrazione dell’Eucarestia

Un grande arco trionfale introduce alla zona presbiteriale e absidale, laddove si concentra una preziosa decorazione marmorea e musiva. È proprio presso l’altare del bema che la celebrazione eucaristica raggiunge l’apice del suo iter, e della quale i mosaici costituiscono il significato più profondo, invocando anch’essi l’opera di Salvezza di Cristo attraverso l’Incarnazione, la Morte e la Resurrezione.

Un Cristo Pantokrator (purtroppo di prevalente restauro) quale immagine della potenza divina si staglia alla sommità dell’arco d’accesso al presbiterio affiancato dall’intero collegio apostolico. Nel catino absidale un giovane Cristo Kosmokrator seduto sul globo terrestre e affiancato da due angeli porge la corona del martirio a Vitale ed Ecclesio, che a sua volta offre il modello della chiesa da lui voluta. Alla sommità della volta l’apocalittica figura dell’Agnus entro un cielo stellato, alludente alla speranzosa Seconda Venuta. Le due lunette del presbiterio accostano figure vetero e neotestamentarie prefiguranti l’Eucaristia: a sinistra vi è la compresenza del sacrificio di Isacco, anticipazione di quello del Cristo, e di quella divina dei tre angeli simbolo della Trinità, che siedono al banchetto offerto loro da Abramo; a destra invece, l’immagine dei sacrifici di Abele e Melchisedec. Figure di profeti ed evangelisti rammentano la Salvezza da loro annunciata, stabilendo una concordanza tra i due Testamenti.

Un ciclo dedicato a Mosè, rapportato quale immagine del Signore, rimanda anch’esso all’imminente venuta del Messia: da un lato Mosè che riceve le tavole della legge e dall’altro colto nell’atto di slacciarsi i sandali per entrare nel roveto ardente. Completano il ciclo i due pannelli imperiali sottostanti raffiguranti la processione liturgica della Grande Entrata (che va affermandosi proprio nel VI secolo) con l’oblatio Augusti et Augustae che offrono calice e patena, in relazione con la restante decorazione del presbiterio: da un lato il corteo di Giustiniano (con in testa alla processione due diaconi, il vescovo Massimiano recante la croce processionale, membri della corte e dell’ordine militare) e dall’altro quello di Teodora con le sue dame. Le insegne di cui si fregiano i sovrani, avendo il tutto un ruolo attivo nello svolgimento del rituale bizantino per avvicinare l’anima del fedele a Dio, sono di un’immediata comunicabilità: così la clamide purpurea del basileus (costume da parata per eccellenza) diventa espressione della “divina” maestà dell’imperatore, riflettendo il ruolo di rappresentante di Dio in terra, e quindi anche di garante dell’ortodossia della Chiesa, mentre nella clamide di Teodora vi è un’evidente quanto raffinata ripresa del concetto della regale oblatio, puro atto di sottomissione verso la corte celeste, con la rappresentazione dei tre Magi nell’orlo del manto.

San Vitale è dunque un edificio concepito come civitas Dei e trionfo di Cristo, del suo potere e di quello della Chiesa ravennate, in accordo con quello imperiale come già espresso nei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo. È un monumento che pur definendo per eccellenza l’identità bizantina in Italia anche oltre i suoi termini cronologici riassumendone la situazione ideologica e culturale, è tuttavia da ricondurre a una bottega ravennate capace di rielaborare esiti costruttivi e formali sia orientali che occidentali.


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