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Santa Sofia

La Santa Sofia di Costantinopoli è, senz’ombra di dubbio, il monumento più insigne che l’architettura bizantina abbia mai prodotto e le voci molteplici di bizantini, occidentali, islamici che, in ogni epoca, hanno visitato e descritto questo “spettacolo d’ineguagliabile bellezza” (Procopio, De Aedificiis, I, 1, 27) lo sottolineano con grande evidenza. Questa abbondante letteratura, nella quale si annoverano, assieme a scarni resoconti di viaggio, anche opere di altissimo valore letterario, si riferisce però alla facies giustinianea della chiesa, quella che, con un certo numero di alterazioni, è arrivata sostanzialmente intatta fino ai nostri giorni. La storia della Megale Ekklesia – questo è il nome sotto il quale la Santa Sofia era originariamente nota – parte però dalla metà del IV secolo, quando, su committenza di Costanzo II, imperatore sostenitore dell’arianesimo, viene eretta questa chiesa nel cuore della neonata capitale, a breve distanza dal palazzo imperiale e dalla più antica chiesa di Santa Irene, con la quale in principio Santa Sofia contende e condivide il titolo di sede episcopale. Di questa prima chiesa, distrutta nel 404 da un incendio scoppiato in seguito ai tumulti sorti tra sostenitori e avversari del patriarca Giovanni Crisostomo, resta oggi solo forse lo skeuophylakion – ovvero l’ambiente deputato a custodire le suppellettili liturgiche descritto nella Vita del patriarca scritta da Palladio – che molti riconoscono nell’edificio circolare posto a nord-est dell’abside della chiesa attuale. Solo semplici ipotesi si possono avanzare circa la pianta dell’edificio: basilica a tre o cinque navate, in sintonia con le chiese edificate da Costantino (272-337) a Roma, oppure, secondo una recente ipotesi che tiene conto dei limiti imposti dallo spazio disponibile nell’area, un edificio a pianta centrale, forse un tetraconco, tipologia per la quale pure non mancano confronti nell’edilizia religiosa coeva (Grande Chiesa di Antiochia, San Lorenzo a Milano). La Santa Sofia viene comunque ricostruita per ordine di Teodosio II (401-450) e consacrata nel 415: di essa restano tracce monumentali più tangibili, emerse nel corso di scavi della metà del secolo scorso, grazie ai quali viene individuata parte del propileo di ingresso, coincidente con il lato ovest dell’atrio porticato, preceduto da una rampa di scale e da una strada che chiude su questo lato il complesso ecclesiastico. Grandiosa monumentalità esprime il frontone con serliana centrale (cd. frontone siriaco), che inquadra l’ingresso principale all’atrio, insieme al resto delle trabeazioni, nelle quali si ritrovano elementi della tradizione ellenistico-romana, opportunamente rielaborati e sottoposti ad un processo di stilizzazione tipico della scultura della prima metà del V secolo.

Anche questa chiesa teodosiana ha vita breve, dal momento che essa è la più illustre del lungo elenco di vittime mietute dalla rivolta “Nika” del gennaio del 532. Già nel febbraio successivo prende il via la straordinaria opera di ricostruzione fortemente voluta da Giustiniano, che mette a disposizione finanze, mezzi e uomini per realizzare, nel breve volgere di cinque anni, un monumento di stupefacente bellezza e ardimento. Abbiamo per le fasi di costruzione un testimone di prim’ordine quale è Procopio di Cesarea, che nel primo libro del De Aedificiis offre una descrizione di grande intensità e competenza: è lui a tramandare i nomi dei due mechanikoi (architetti), Antemio di Tralles (474 ca.- 534 ca.) e Isidoro di Mileto (442-537), personaggi noti dalle fonti più per le loro speculazioni teoriche che per effettive attività costruttive, che sono incaricati dall’imperatore di preparare i disegni (indalmata) e di dirigere i lavori; è ancora lui ad addentrarsi in particolari della tecnica costruttiva e a narrare delle difficoltà sorte per l’erezione dei quattro giganteschi pilastri e degli archi che sorreggono la cupola; è lui soprattutto a presentarci lo straordinario organismo della cupola che si libra, quasi sospesa nell’aria per effetto del serrato numero di finestre aperte alla sua base “attraverso le quali la prima luce del giorno sempre si irradia” (De Aedificiis I, 1, 41). Le parole di Procopio sono tanto più importanti perché la cupola di cui parla è andata perduta nel crollo dell’arcone est avvenuto, in seguito ad una serie di scosse telluriche, nel maggio del 558. Ancora con straordinaria rapidità si procede alla costruzione della nuova cupola, ad opera di una commissione di esperti presieduta da Isidoro il Giovane, nipote del precedente. Molto si è dibattuto, sulla scorta del dettato delle fonti e dell’osservazione analitica del monumento, a proposito delle differenze tra le due coperture della Santa Sofia e dei correttivi apportati alla struttura originaria; a prevalere tuttora è l’ipotesi che Isidoro il Giovane, per ovviare all’inclinazione verso l’esterno dei pilastri e dei muri laterali registratasi già in corso d’opera, abbia fatto sopraelevare i contrafforti esterni e allargare gli intradossi dei grandi arconi, al fine di riportare approssimativamente il diametro d’imposta della cupola alle dimensioni originariamente calcolate; ne sarebbe derivata una cupola meno spettacolarmente sospesa sul naos ma più alta ancora di sette metri circa della precedente. La cupola così ricostruita è sostanzialmente quella giunta fino ai nostri giorni, anche se crolli parziali delle porzioni ovest ed est si sono verificati rispettivamente nel 989 e nel 1346.

La ricostruzione della cupola della Santa Sofia comporta altre variazioni minori, ma non altera comunque l’impianto generale dell’edificio: un ampio quadriportico precede un esonartece e un nartece, coperti da una serie di volte a crociera; un articolato sistema di ingressi, delimitati da portali marmorei la cui preziosità aumenta man mano che ci si approssima al cuore della chiesa, immette dai due narteci nel naos, un rettangolo di 70 x 75 metri, da cui ad est sporge, isolata, l’abside esternamente sfaccettata, come è d’uso a Costantinopoli. La pianta della chiesa si può leggere, a terra, come un impianto a tre navate, le laterali più anguste e sormontate da un piano di gallerie avvolgenti, la centrale di contro enorme ariosa e luminosissima, divise tra loro da un sistema di pilastri alternati a file di colonne disposte in linea retta o a formare coppie di esedre. I quattro pilastri maggiori, alti 23 metri, individuano al centro del naos una grande campata quadrata (31 metri di lato) e sono collegati tra loro da archi, su cui si impostano i pennacchi, i triangoli sferici (trigona) così acutamente descritti da Procopio, che fungono da elementi di transizione per passare dal quadrato di base al basamento circolare della cupola. Ad est e ad ovest la cupola è contraffortata da due semicupole, poggianti su coppie di pilastri minori e sulle esedre, sostenute quest’ultime da quattro coppie di magnifiche colonne di porfido; queste sono praticamente gli unici materiali di spoglio nella decorazione marmorea della Santa Sofia che è invece realizzata espressamente per l’edificio, come dimostrano la coerenza tipologica e stilistica delle membrature e la sistematica siglatura dei pezzi da parte degli scalpellini coordinati in squadre distinte nell’ambito del cantiere. Pavimenti, pilastri e muri d’ambito sono interamente rivestiti da lastre di marmi bianchi (soprattutto proconnesio) e policromi, assieme a pannelli in opus sectile, e persino le murature esterne lo erano, come indicano i frammenti di crustae ancora visibili in alcuni punti. A queste specchiature marmoree si uniscono le nitide superfici delle lastre degli intercolumni e delle finestre a livello delle gallerie, scolpite con eleganti motivi geometrici, vegetali e animali, i capitelli, recanti i monogrammi di Giustiniano e Teodora, e i pennacchi degli archi ornati da preziose trine lavorate a giorno, i rivestimenti bronzei delle porte, i mosaici a fondo d’oro sulle volte e sulla cupola su cui si stagliano grandi croci gemmate ed elaborati motivi ornamentali di gusto sasanide. La coerenza stilistica, la ricchezza cromatica e la mancanza di aggetti di queste decorazioni obbediscono all’esigenza di esaltare il ruolo della luce all’interno dell’edificio e i fenomeni di rifrazione di essa, ben noti – d’altro canto – ad un teorico del calibro di Antemio. Oltre quella naturale, particolare importanza ha il sistema di illuminazione artificiale, oggi perduto, ma di cui possiamo farci un’idea grazie alle tracce degli alloggiamenti delle lampade e grazie soprattutto alle parole di un’altra celebre descrizione, quella pronunciata dal poeta bizantino Paolo Silenziario (?-580) in occasione della seconda dedicazione della chiesa dopo la ricostruzione della cupola nel 562. La testimonianza di Paolo è preziosa anche perché ci restituisce elementi della chiesa oramai perduti, come gli arredi liturgici: l’ambone a doppia rampa, decorato da uno strabiliante ventaglio di marmi preziosi e la recinzione presbiteriale, nella quale compaiono clipei in argento sbalzato con Cristo, la Vergine, apostoli e profeti, gli unici elementi figurati noti nell’apparato decorativo della Santa Sofia giustinianea. La decorazione della chiesa per il resto – si pensi soprattutto ai mosaici parietali, il medium per eccellenza deputato ad accogliere ed esibire la dimensione iconica – si presenta totalmente priva di temi narrativi o figurati, ma questo non tanto per una posizione ostile o diffidente verso le immagini, quanto piuttosto per la difficoltà di ambientare singole immagini o scene in spazi così dilatati e certamente inconsueti per le maestranze, e inoltre per l’esigenza di giungere rapidamente alla conclusione della fabbrica, sfruttando l’opera simultanea di diversi gruppi di musivari, la cui attività, come nel caso già esaminato della decorazione marmorea, doveva essere coordinata da Antemio e Isidoro che, come scrive Procopio, “attentamente regolavano i compiti delle diverse maestranze” (De Aedificiis, I, 1, 24).


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