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Il crollo dell’Impero napoleonico

Con la resistenza spagnola all’occupazione francese si avvertono i primi scricchiolii dell’Impero napoleonico. Cresce il sentimento delle nazionalità oppresse, mentre sul piano economico è sempre più difficile conservare l’integrità del blocco continentale. La campagna di Russia è l’ultimo grande sforzo compiuto da Napoleone per dare solidità al proprio edificio politico: la rovinosa disfatta sancisce una fine che, con i Cento giorni e la sfortunata battaglia di Waterloo, si consuma tuttavia in una dimensione leggendaria.

La crisi iberica

Il Portogallo prima e la Spagna poi rappresentano i punti di maggiore debolezza nel sistema politico e soprattutto economico voluto da Napoleone con l’adozione del blocco continentale, che impedisce alle navi inglesi di accedere ai porti francesi e degli Stati alleati. I tradizionali legami commerciali con il Portogallo e la debolezza politica della Spagna garantiscono infatti alla Gran Bretagna un largo controllo delle coste iberiche, sulle quali sbarcare merci da lasciar poi circolare – spesso di contrabbando – sul continente. L’invasione del Portogallo alla fine del 1807 risulta inefficace quanto l’occupazione della Spagna che porta sul trono di Madrid il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte.

Anzi, da questo momento si scatena un’accanita resistenza della popolazione, scandita da episodi di grande ferocia e favorita anche dall’aspra configurazione fisica del territorio che comporta un crescente impiego di truppe e impedisce di fatto ai Francesi il pieno controllo della penisola. Questa resistenza trova le sue radici nella storia della società spagnola ed è alimentata dal sentimento di orgoglio nazionale e dall’avversione del clero cattolico per i “miscredenti” figli della Rivoluzione francese. In essa si avverte tuttavia il risvegliarsi di un sentimento diffuso anche in altre parti d’Europa di idealità patriottiche – in alcuni casi già liberali e democratiche – che mal si adattano al disegno napoleonico.

La crisi che si apre in Spagna, inoltre, rimette in allarme le grandi potenze europee sui caratteri rigorosamente egemonici di quel progetto e ne fa trasparire le prime crepe anche sul piano strettamente militare, campo nel quale – fino a quel momento – Napoleone era apparso invincibile. Anche la grande ma sanguinosa vittoria di Wagram (1809) – preceduta dagli aspri combattimenti di Essling – che conclude la guerra della Quinta Coalizione aperta dall’Austria nella primavera del 1809, conferma una determinazione a resistere che si traduce in una rinnovata capacità militare dei suoi avversari. Il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa (2 aprile 1810), figlia dell’imperatore asburgico Francesco II, stupisce molti contemporanei che vi scorgono il tradimento della Francia rivoluzionaria e il suo inserimento nel sistema di relazioni dell’ancien régime o, all’opposto, un venire a patti con gli errori e gli orrori della rivoluzione, dettato solo da opportunità politiche. In realtà, accanto all’indubbio desiderio di legittimazione che muove il parvenu Napoleone a imparentarsi con una delle più grandi dinastie del continente vi è anche l’urgenza di dare stabilità – mediante una definitiva alleanza con l’Austria – a un sistema di equilibri tutt’altro che consolidato.

La campagna di Russia

Il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, presto seguito dalla nascita di un erede maschio cui viene attribuito il titolo di re di Roma, si accompagna alla rottura della pace di Tilsit con la Russia.

Preparata a lungo, ma sorretta da un precario dispositivo di alleanze, la campagna di Russia mostra sin dall’inizio una pericolosa sproporzione tra gli obiettivi e le effettive possibilità della grande e composita armata – più di 600 mila uomini provenienti delle più diverse parti dell’impero e dell’Europa – messa in campo da Napoleone. Questa sproporzione diventa ancor più evidente quando i Russi, dopo i primi scontri sfavorevoli, abbandonano l’idea di affrontare il nemico in battaglie risolutive e iniziano una lenta ritirata: gran parte del Paese cade in mano ai Francesi, ma questi vengono insidiosamente attirati nell’incontrollabile vastità del territorio russo, alle porte della temibile stagione invernale. L’unica grande battaglia è quella di Borodino, un interminabile combattimento di 12 ore che si conclude con un’incompleta vittoria francese. Con la ritirata dell’esercito russo, infatti, Napoleone vede aprirsi la via di Mosca, ma sa bene che la vittoria non ha determinato niente di risolutivo, né sul piano diplomatico né su quello militare.

Il 14 settembre 1812 i Francesi entrano in una Mosca spettrale, abbandonata dai suoi abitanti, e in quella stessa notte divampa un incendio che distrugge quasi totalmente la città – costruita in gran parte in legno – aggravando le condizioni e le prospettive dell’armata di Napoleone. Dopo il rifiuto dello zar a trattare la pace e l’imminente arrivo dell’inverno, Napoleone decide di abbandonare Mosca, ma, quando ciò accade – quasi a fine ottobre –, è già troppo tardi: incalzata dal nemico in un territorio ostile e sottoposta ai rigori crescenti del freddo russo, la grande armata francese si ritira tra sofferenze e perdite umane sempre maggiori. Il passaggio della Beresina (26-28 novembre 1812), avvenuto in una grande confusione, con il nemico ai fianchi, simboleggia il dramma di questa tragica impresa militare, in cui periscono non meno di 550 mila uomini e in cui si consuma irreparabilmente la fortuna di Napoleone.

I Cento giorni

Mentre Napoleone è a Mosca, e dunque quando ancora non è iniziata la ritirata, a Parigi il generale Malet prova a impadronirsi del potere, lasciando diffondere la falsa notizia della morte dell’imperatore. Questo tentativo di colpo di Stato, per quanto fallito, mostra l’instabilità delle fondamenta su cui, nella stessa Francia, poggia il sistema costruito da Napoleone.

All’esterno, poi, affidato essenzialmente alla forza militare dell’esercito, il potere di Napoleone comincia a sgretolarsi non appena le conseguenze del disastro russo appaiono evidenti.

Nei primi mesi del 1813, facendo leva su un sentimento di riscatto patriottico che anima il mondo tedesco, la Prussia promuove una nuova coalizione (la settima), a cui in agosto – su sollecitazione inglese – aderisce anche l’Austria. Una singolare Europa, nella quale interessi e protagonisti dell’ancien régime si trovano accanto alle nuove energie nazionali alimentate dalle idealità della rivoluzione, si leva ancora una volta contro Napoleone. La battaglia di Lipsia (1813), che obbliga Napoleone sconfitto a ripiegare nei confini del Reno, per difendere sul suolo francese il proprio destino e quello della sua dinastia, viene infatti ricordata come “battaglia delle nazioni”. Il crollo militare dell’impero diventa rapidamente il crollo politico di Napoleone: i vecchi sostenitori del legittimismo borbonico, ma anche le classi dirigenti e proprietarie francesi, che avevano appoggiato la stabilizzazione imperiale, poste di fronte alla crisi del progetto napoleonico, preferiscono immaginare soluzioni capaci di assicurare pace all’esterno e ordine all’interno. Il ritorno dei Borbone sul trono francese, nella persona di Luigi XVIII (fratello del ghigliottinato Luigi XVI), si inquadra in questa prospettiva, purché accompagnato da un riconoscimento dei principali risultati della rivoluzione sul piano giuridico-istituzionale, riguardante in particolare la tutela delle proprietà acquistate con l’alienazione dei beni feudali, demaniali ed ecclesiastici. L’esitazione del nuovo sovrano su questo punto favorisce un inatteso ritorno di Napoleone: esiliato nell’isola d’Elba, dove rimane circa dieci mesi, egli sbarca nuovamente in Francia nel marzo del 1815. Al di là dell’entusiasmo popolare e della preoccupazione per la ripresa della guerra che certo dovrà seguire il ritorno sul trono dell’imperatore, sono gli intellettuali un tempo ostili, come Simonde de Sismondi o Benjamin Constant, a impegnarsi nei Cento giorni per imprimere una svolta in senso costituzionale al sistema imperiale, preferibile alla reazione borbonica. La sconfitta di Waterloo (1815), che impegna il genio militare di Napoleone nell’ultima, coraggiosa battaglia contro un’Europa interamente coalizzata contro di lui, segna la fine di queste effimere speranze. Gli Inglesi confinano Napoleone nell’isola di Sant’Elena, sperduta nell’Atlantico, dove egli consuma i suoi ultimi, dolorosi giorni, affidando la propria leggenda a memorie che diverranno presto celebri (Julien Sorel, il protagonista di Il rosso e il nero di Stendhal le conserva gelosamente in una cassetta sotto il suo letto).


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