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Scrivere e comunicare la nuova scienza

L’emergere delle lingue nazionali come lingue della scienza non comporta la scomparsa del latino, il cui uso consente la comunicazione all’interno della comunità internazionale dei dotti. Inizialmente, il volgare si diffonde soprattutto nelle tecniche e in discipline prive di un lessico assestato. Con Galileo, in Italia il volgare acquista nuova dignità come lingua della scienza. Mutamenti significativi si registrano nelle forme di scrittura scientifica: i trattati di carattere sistematico sono sempre meno numerosi, mentre si diffondono raccolte di osservazioni, saggi su temi specifici o singoli esperimenti. La pubblicazione dei periodici scientifici dà un nuovo impulso alla comunicazione tra scienziati e favorisce la pubblicazione in tempi rapidi di resoconti di esperimenti e notizie di libri. La nuova scienza entra progressivamente a far parte della vita culturale europea e ha una sempre maggiore presenza nella letteratura del XVII secolo.

Le lingue della scienza

Secondo una diffusa ma infondata tesi, le opere della nuova scienza, maturando al di fuori delle università, avrebbero sostituito il latino, lingua delle scuole, con le lingue nazionali. In realtà, il latino moderno è il veicolo di una parte considerevole della comunicazione scientifica, basti pensare ad alcuni dei testi fondamentali della scienza seicentesca, come le opere astronomiche di Keplero, quelle mediche di Harvey, le opere di fisica e matematica di Huygens e i Principi di Newton – tutti scritti e pubblicati in latino. Solo a partire dall’Ottocento il latino è sostituito dalle lingue nazionali, e ancora nel 1801 il matematico Karl F. Gauss pubblica la propria opera di teoria dei numeri in latino (Disquisitiones arithmeticae).

Sarebbe erroneo considerare il latino una “lingua morta”. Al contrario, in età moderna esso ha una considervole vitalità: si assiste a un’evoluzione e arricchimento lessicale tecnico-scientifico, con l’introduzione di nuovi termini volti a dare espressione a innovazioni di carattere teorico e pratico. La scelta del latino da parte di medici e scienziati è dettata da differenti ragioni. Innanzitutto, il latino assicura la circolazione dell’opera tra un pubblico di dotti di differenti aree linguistiche. Nel Seicento il latino è ancora la lingua franca della scienza e solo lentamente sarà sostituito dal francese. Spesso autori di testi filosofici e scientifici, come Descartes, usano sia il latino che la lingua nazionale. Descartes scrive i Principi di filosofia (1644) in latino e ne affida a uno dei suoi amici (l’abbé Picot) la traduzione francese. Robert Boyle scrive tutte le proprie opere in inglese, ma ha cura di darne alle stampe la traduzione latina, che ha ampia circolazione in tutta Europa. La doppia circolazione, in inglese e in latino, è adottata anche da Newton che scrive i Principi in latino e l’Ottica in inglese, affidando la traduzione latina di quest’ultima al suo collaboratore Samuel Clarke. Il latino è la principale lingua della comunicazione tra gli scienziati europei, le cui corrispondenze sono in gran parte in latino.

Un’ulteriore ragione per far uso del latino è l’appartenenza a una tradizione accademica illustre, la necessità di tutelare la dignità della disciplina, come accade sovente nelle pubblicazioni della medicina “dotta”, che ha bisogno di distinguersi dalla medicina praticata da figure che si collocano a un livello sociale più basso. Georg Bauer (Agricola) usa il latino per la sua monumentale opera sulle miniere (De re metallica), con lo scopo di conferire dignità e prestigio alla scienza dei metalli. La scelta è anche dettata dall’assenza (o comunque dall’inadeguatezza) di un lessico tecnico volgare, evidente soprattutto in anatomia, i cui testi fondamentali – da Mondino de’ Liuzzi a Vesalio, fino a Malpighi – sono tutti in latino.

Sottolineare il ruolo del latino come lingua scientifica non vuole assolutamente minimizzare l’importanza dell’uso delle lingue moderne nella scienza, il cui impiego è un importante fenomeno di carattere sociale. È certamente associato all’emergere di una pluralità di luoghi di produzione della conoscenza scientifica (quindi non più solo le università), all’estensione del numero e della base sociale di coloro che praticano la scienza o che fanno ricorso a testi di carattere tecnico, in cui vengono divulgate conoscenze, descrizioni di strumenti e processi tratte dalla pratica. La scelta delle lingue moderne è più diffusa in discipline “nuove” e di carattere applicativo, che non hanno una consolidata tradizione e mancano di una terminologia latina condivisa, come per esempio la chimica pratica. Si può dunque affermare che nella letteratura tecnico-scientifica degli inizi dell’età moderna si ha convivenza e reciproche influenze del latino e delle lingue moderne.

I primi usi del volgare per la composizione di opere scientifiche sono attestati in area linguistica catalana, dove, a partire dagli inizi del XIV secolo, se ne registra una significativa presenza nella medicina e nell’alchimia, come attestato nelle opere di Raimondo Lullo e in quelle che circolarono con il suo nome. In Inghilterra il processo è piuttosto lento: alla fine del Quattrocento risale l’opera di alchimia dal titolo Ordinall of Alchimy, di Thomas Norton. Nella prima metà del XVI secolo le opere a stampa di carattere scientifico in lingua inglese sono relativamente poche: trattati di medicina pratica, di topografia e di astrologia. Nell’Inghilterra elisabettiana il numero di libri di carattere scientifico pubblicati in inglese aumenta: la lingua moderna è usata in numerose opere di matematica applicata, astronomia, trattati sulla navigazione, così come in testi di medicina e di storia naturale. Nel 1570 è pubblicata la traduzione inglese di Euclide, con prefazione di John Dee – un’iniziativa editoriale che risponde alla crescente domanda di conoscenza matematica. La pratica delle traduzioni si difonde rapidamente per far fronte a una crescente richiesta di testi scientifici in ambienti non accademici: sono tradotte in inglese opere del naturalista Konrad Gesner, quelle mediche di Leonardo Fioravanti, di Paracelso e dei suoi seguaci, così come numerosi trattati di chimica pratica originariamente scritti in tedesco. A partire dal 1630, e con dei picchi negli anni della rivoluzione puritana, si ha una forte accelerazione dell’attività editoriale in vari settori tecnico-scientifici, con un sensibile aumento delle pubblicazioni di chimica, matematica, medicina e agronomia, con una netta prevalenza di opere in inglese. Tra il 1620 e il 1660 l’Inghilterra raggiunge livelli molto elevati di alfabetizzazione e si ha un diffuso entusiasmo per le scienze e le tecniche, stimolati dall’interesse dei puritani per l’istruzione di tutti gli strati sociali. La letteratura scientifica non è più destinata solo a un’élite formata secondo i canoni umanistici, ma è diretta a un vasto pubblico.

Negli Stati tedeschi il fenomeno di maggior interesse è la produzione di trattati tecnici in lingua moderna nella prima metà del Cinquecento: il tedesco è utilizzato in opuscoli che trattano di miniere, di distillazione e di tecniche per saggiare o purificare i metalli – opere con finalità operative e spesso poco sistematiche. Il caso di Paracelso è di grande interesse per il significato politico-culturale della scelta linguistica. Il medico svizzero, che si contrappone alla medicina tradizionale, fa lezione nel suo dialetto svizzero-tedesco, e pubblica in tedesco le proprie opere di chimica e medicina. La sua scelta ha una forte valenza polemica, presentandosi come sfida alla medicina ufficiale di carattere umanistico. Paracelso opta per il tedesco con il fine di privilegiare una lingua che possa veicolare conoscenze provenienti dal mondo degli artigiani, da coloro che sono in possesso di competenze pratiche e che sono estranei alla cultura accademica. I chimici tedeschi del XVII secolo (così come i loro colleghi francesi) sono per lo più estranei alle università e utilizzano la lingua nazionale per le proprie opere.

In Italia la tradizione umanistica non impedisce il sorgere di una letteratura scientifica vernacolare. Il volgarizzamento della Naturalis historia di Plinio, eseguito dall’umanista Cristoforo Landino nella seconda metà del Quattrocento, permette l’ingresso nell’italiano di nomi di piante e animali. In volgare è scritta una delle prime opere scientifiche a stampa, la Summa de arithmetica, geometria, proportioni e proportionalita (Venezia, 1494), del matematico Luca Pacioli. Così come Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci sottolinea le potenzialità del volgare come strumento di comunicazione tecnico-scientifica. Il volgare di cui Leonardo fa uso si nutre della ricca terminologia delle botteghe artigiane dove si è formato, anche se non manca di far ricorso, soprattutto in anatomia, a una terminologia di derivazione greca, latina e araba. Il volgare di Leonardo è arricchito, per riempire i vuoti lessicali, con termini coniati ricorrendo alla metafora, così come con l’attribuzione di un nuovo significato a parole d’uso comune sulla base dell’analogia di funzione o di forma. Nella meccanica egli chiama “servitore” un dispositivo di bloccaggio di una ruota dentata, “serpe” un elemento di forma ricurva del meccanismo di carica di un’arma da fuoco. La Pirotechnia dell’ingegnere senese Vannoccio Biringuccio (1480-1537) è scritta in volgare e costituisce uno dei primi tentativi di dare una trattazione sistematica alle arti del fuoco, tradizionalmente trasmesse oralmente. L’ambiente in cui nasce la Pirotechnia di Biringuccio è quello degli ingegneri rinascimentali e i suoi fini sono soprattutto pratici. La sua opera e quelle del matematico Niccolò Tartaglia, Vittorio Zonca e Agostino Ramelli, dedicate alla balistica e alla meccanica, contribuiscono a formare il lessico tecnico-scientifico italiano, cui darà il maggior contributo Galileo Galilei.

La scelta di avvalersi del volgare compiuta da Galilei – che pur proviene dalla vita universitaria – è dettata dall’esigenza di rivolgersi ad un pubblico non limitato agli ambienti accademici o ai filosofi di professione. Galilei opera una revisione sistematica della terminologia scientifica attraverso rigorose definizioni di termini chiave della meccanica. Quando ha bisogno di parole nuove per indicare oggetti, fenomeni naturali, strumenti o invenzioni, preferisce adattare, previa definizione, espressioni comuni, anziché far ricorso a traduzioni o calchi dal latino e greco. Il pendolo è così definito perché è un oggetto che pende; per definire lo strumento con cui osserva il cielo, non usa la parola di origine greca, telescopio, ma cannocchiale, che mette insieme due parole italiane: canna (cioè “tubo”) e occhiale, che significava “lente”.

Generi letterari e forme di scrittura scientifica

Nel corso del Seicento la letteratura scientifica si incanala in nuovi generi letterari: raccolte di osservazioni e di esperimenti, saggi su temi specifici, come l’elasticità dell’aria, il magnete, gli insetti, il fosforo, le macchie solari, l’equilibrio dei fluidi. Opere con titoli quali Esperimenti, Esperienze, Esercitazioni, Osservazioni, Saggi, Storie naturali trattano, senza pretese di completezza, ambiti circoscritti di fenomeni, spesso con illustrazioni, grafici, tavole che descrivono i fenomeni e le loro proprietà, fornendo dettagliate informazioni sulle modalità delle ricerche condotte. Raccolte di dati, indagini sperimentali circoscritte, osservazioni astronomiche relative a un determinato corpo celeste, descrizioni di nuovi strumenti sono pubblicate in tempi rapidi per mettere a disposizione risultati di ricerche sperimentali, recenti scoperte o invenzioni. Sempre più numerose sono le corrispondenze (o opere scientifiche scritte in forma di lettera), le disputationes, le difese, le congetture, i paradossi – opere che emergono dal vivo della ricerca, della collaborazione o della disputa scientifica, che presentano al lettore punti di vista differenti sulla stessa materia, che adottano soluzioni provvisorie, che mettono in dubbio (per lo più sulla base di nuove evidenze sperimentali) dottrine o teorie correnti. Le origini di questo processo possono essere rintracciate già nella medicina del Cinquecento, con la diffusione di nuovi generi letterari ben individuabili da titoli quali Observationes, Historiae, Paradoxa, Exercitationes, Curationes – opere che pongono l’accento sull’osservazione e la pratica piuttosto che su apparati teorici strutturati. Si afferma già nel Cinquecento il genere del dialogo tecnico-scientifico, che raggiungerà in Italia l’espressione più alta nel Dialogo sopra i due massimi sistemi (1632) di Galilei. Nel proemio, lo scienziato pisano giustifica l’uso del dialogo poiché esso consente “digressioni, tal ora non meno curiose del principale argomento”. Il ruolo dei tre personaggi (Salviati, Sagredo, Simplicio) nel dialogo galileiano è quello di sollecitare spiegazioni, di avanzare dubbi, di rendere più efficace la propria opera di persuasione. Al genere del dialogo fa ricorso anche Boyle ne Il chimico scettico (1661), i cui personaggi sono Carneade (il portavoce di Boyle), che avanza dubbi sulle teorie chimiche tradizionali, Temistio, che sostiene le dottrine aristoteliche, Filopono, seguace di Paracelso, e infine Eleuterio che rappresenta il senso comune. Molto meno vivace del Dialogo galileiano, quello di Boyle non ha svolgimento in giornate, ma risponde soprattutto allo scopo che l’autore si prefigge: non presentare un sistema di “filosofia chimica”, ma confutare per via sperimentale le tradizionali teorie relative alla composizione chimica dei corpi.

I nuovi generi letterari e le nuove forme che assume la letteratura scientifica tendono a sostituire le forme tradizionali, legate a un’impostazione di carattere sistematico e prevalentemente teorico, nonché il consolidato genere dei commentari alle opere di Aristotele. Sarebbe però erroneo parlare di un mutamento repentino e radicale nello stile di scrittura, nella organizzazione dei testi scientifici e nella scelta dei generi letterari. Benché decisamente sempre meno presenti, non scompaiono del tutto i generi più tradizionali, le opere scientifiche organizzate in forma sistematica, quali i Principi (di Descartes e Newton), gli Elementi (come quelli di Hobbes) modellati sull’esempio euclideo, o opere che richiamano il modello aristotelico, come il De motu animalium (1680) di Borelli.

Al rinnovamento delle forme della comunicazione scientifica contribuisce la nascita dei periodici scientifici, che svolgono un ruolo di primo piano nella disseminazione di conoscenze scientifiche e tecniche. Le “Philosophical Transactions” della Royal Society (1665) pubblicano in tempi rapidi risultati di ricerche, notizie di nuove invenzioni e scoperte in forme che diventeranno poi canoniche nei secoli successivi. La memoria scientifica contiene dettagliati riferimenti a strumenti, circostanze, testimoni. Il pubblico cui sono rivolti è costituito soprattutto di eruditi, non soltanto di scienziati o medici, in quanto in tutti i periodici, anche in quelli a carattere più strettamente scientifico, sono presenti recensioni di libri e notizie relative, per esempio, alla numismatica, all’architettura e all’archeologia.

Qualche mese prima delle Philosophical Transactions inizia a pubblicare il “Journal des Sçavans”, creato da Denis De Sallo (1626-1669) a Parigi. Nel primo numero il curatore indica quale scopo della rivista l’informazione su ciò che avviene nella Repubblica delle Lettere. Il “Journal” ospita soprattutto recensioni, ma dà anche informazioni di carattere scientifico su osservazioni astronomiche, strumenti scientifici e scoperte anatomiche. Per alcuni anni esso funge da organo ufficiale dell’Académie Royale des Sciences di Parigi, e il secondo curatore, l’abbé Jean Gallois, è anche segretario dell’Académie.

Ad Amsterdam escono, a partire dal 1684, le “Nouvelles de la République des lettres”, a cura di Pierre Bayle, che pubblicano recensioni di opere filosofiche, scientifiche, storiche e letterarie. Non mancano resoconti di viaggi, memorie scientifiche e notizie sulle attività delle accademie.

Dal 1668 al 1681 esce a Roma “Il Giornale de’ Letterati”, curato da Francesco Nazzari (1634-1714) con il sostegno di Michelangelo Ricci, matematico e futuro cardinale. “Il Giornale”, che tratta di molteplici argomenti, contribuisce alla circolazione di notizie sulla scienza europea, anche con la traduzione di articoli comparsi nel “Journal des Sçavans”.

Giambattista Marino

Tempo verrà che senza impedimento
Adone, Canto X, ottave 42-47

Tempo verrà che senza impedimento

queste sue note ancor fien note e chiare,

è d’un ammirabile stromento

cui ciò ch’è lontan vicino appare,

e, con un occhio chiuso e l’altro intento

specolando ciascun l’orbe lunare,

scorciar potrà lunghissimi intervalli

per un picciol cannone e duo cristalli.

Del telescopio, a questa etate ignoto,

per te fia, Galileo, l’opra composta,

l ’opra ch’al senso altrui, benché remoto,

fatto molto maggior l’oggetto accosta.

Tu solo osservator d’ogni suo moto

di qualunque ha in lei parte nascosta,

potrai, senza che vel nulla ne chiuda,

novello Endimion, mirarla ignuda.

E col medesmo occhial, non solo in lei

vedrai dapresso ogni atomo distinto,

ma Giove ancor, sotto gli auspici miei,

scorgerai d’altri lumi intorno cinto,

onde lassù del’Arno i semidei

il nome lasceran sculto e dipinto.

Che Giulio a Cosmo ceda allor fia giusto

e dal Medici tuo sia vinto Augusto.

Aprendo il sen del’ocean profondo,

ma non senza periglio e senza guerra,

il ligure argonauta al basso mondo

scoprirà novo cielo e nova terra.

Tu del ciel, non del mar Tifi secondo,

quanto gira spiando e quanto serra

senza alcun rischio, ad ogni gente ascose

scoprirai nove luci e nove cose.

Ben dei tu molto al ciel, che ti discopra

l’invenzion del’organo celeste,

ma vie più ’l cielo ala tua nobil opra,

che le bellezze sue fa manifeste.

Degna è l’imagin tua che sia là sopra

tra i lumi accolta, onde si fregia e veste

e de le tue lunette il vetro frale

tra gli eterni zaffir resti immortale.

Non prima no che dele stelle istesse

estingua il cielo i luminosi rai

esser dee lo splendor, ch’al crin ti tesse

onorata corona, estinto mai.

Chiara la gloria tua vivrà con esse

e tu per fama in lor chiaro vivrai

e con lingue di luce ardenti e belle

favelleran di te sempre le stelle.

Giambattista Marino, L’Adone, a cura di G. Pozzi, Milano, Mondadori, 1976

La nuova scienza e la letteratura

Thomas Browne

Prima di dormire
Religio Medici

Noi chiamiamo il sonno col nome di morte. Eppure è la veglia che ci uccide, e distrugge quegli spiriti che son la casa della vita. Ed è proprio una parte della vita che meglio esprime la morte; poiché ogni uomo vive veracemente in quanto agisce secondo la sua natura, o in qualche modo mette a frutto le proprie facoltà. Temistocle, dunque, che uccise il suo soldato mentre dormiva, fu un pietoso carnefice; questa è, infatti, una sorta di punizione che la mitezza di nessuna legge ha saputo inventare. Non riesco a capire come mai la fantasia di Lucano e di Seneca non l’abbia scoperta. Il sonno è quella morte per la quale si può propriamente dire che noi moriamo ogni giorno; una morte per la quale Adamo morì anche innanzi d’attingere la sua natura mortale: una morte onde noi viviamo in una condizione intermedia e moderatrice fra la vita e la morte. Qualcosa, infine, di tanto simile alla morte, ch’io non riesco a riporvi la mia fiducia senza prima pregare, e porgere un mezzo saluto al mondo, e togliere il mio congedo per mezzo d’un colloquio con Dio. Simile al giorno, è sopraggiunta la notte; non partirtene, o gran Dio. Che miei peccati, neri come la notte, non oscurino i raggi della tua luce. Trattieniti sul mio orizzonte; non il sole, ma tu, a me riporti la luce del giorno. Tu, la cui natura non può dormire, fa’ la guardia alle mie tempie; e proteggimi contro quei quei nemici ben desti, i cui occhi sono aperti nel mentre che i miei se ne stanno chiusi.

Che il mio capo non sia infestato dai sogni, se non da quelli che benigni visitarono le tempie di Giacobbe. Mentr’io riposo si perfeziona l’anima mia. Che il mio sonno sia una santa sospensione del mio spirito; in guisa che, come il mio riposo sia terminato, io possa ridestarmi in una qualche santa meditazione, e possa riprendere il mio cammino con lo stesso attivo vigore del sole veloce. Il sonno è una morte; o fammi provare, per mezzo del sonno, che cosa sia il morire! E poni a giacere il mio capo nella mia tomba, come ora nel mio letto. Comunque io riposi, o gran Dio, fa’ ch’io, infine, mi ridesti teco. E, così protetto, guarda ch’io giaccia lungi dal pericolo, sia ch’io debba destarmi, sia ch’io debba morire. [...]

Tale è la pozione ch’io sorbisco innanzi d’andare a letto; io non ho bisogno d’altro laudano che questo, per farmi dormire; dopo di che io chiudo gli occhi tranquillo, pago di congedarmi dal sole, e dormo fino al dì della resurrezione.

in Le più belle pagine della letteratura inglese, vol. I: Dalle origini all’età di Shakespeare, a cura di G. Baldini, Milano, Nuova Accademia Editrice, 1960

La presenza di temi scientifici in opere letterarie non è certo una novità dell’epoca moderna, ma tra Cinque e Seicento i legami tra scienza e letteratura si fanno più stretti. Possiamo tracciarne gli sviluppi a partire dal tardo Quattrocento con i poemi scientifici del Pontano e poi col fiorire della poesia scientifica nella Francia del Cinquecento. Tra i poeti che si radunarono intorno a Pierre de Ronsard dandosi il nome di La Pléiade sono frequenti i riferimenti a tematiche cosmologiche e di carattere naturalistico. Pontus de Tyard, uno dei poeti della Pléiade, mostra vivo interesse per la teoria copernicana.

In Inghilterra John Donne studia l’astronomia e conosce le opere di Keplero. Nel suo scritto satirico contro i Gesuiti (Ignatius His Conclave, 1611) cita Galileo, e nel poema dal titolo An Anatomie of the World (1611) esprime lo smarrimento dell’uomo di fronte alla fine dell’universo geocentrico e al declino della fisica aristotelica con versi che vale la pena citare in italiano: “La nuova filosofia mette tutto in dubbio / l’elemento Fuoco è affatto estinto / il Sole è perduto e la Terra pure; e nessun ingegno umano / può indicare all’uomo dove andarli a cercare. / Spontaneamente gli uomini confessano / che questo mondo è finito, / dato che nei pianeti e nel firmamento/ essi scorgono tante novità. E vedono che il mondo / è di nuovo sbriciolato nei suoi atomi. / Tutto va in pezzi, ogni coerenza è scomparsa.”

John Milton, poeta e saggista, che aveva visitato Galileo ad Arcetri durante il suo soggiorno in Italia, accenna allo scienziato italiano nel suo poema Paradiso perduto (1667) e nello stesso poema descrive un universo infinito, popolato da infiniti mondi. Anche Milton riflette sulle conseguenze di un cosmo in cui la Terra non occupa più una posizione centrale. Nel canto VIII del Paradiso perduto, Adamo confessa all’arcangelo Raffaele di avere qualche dubbio sulla centralità della Terra: questa è solo un atomo a confronto con la vastità del creato.

Filosofo, scrittore e drammaturgo, Cyrano de Bergerac è autore di due romanzi fantastici: L’altro mondo o gli stati e imperi della luna (1657) e Gli stati e imperi del sole (1662), in cui il viaggio immaginario costituisce il pretesto per sostenere ardite teorie sull’eternità e infinità dell’universo, la pluralità dei mondi, la struttura atomistica della materia.

Dopo aver composto opere teatrali, Bernard le Bovier de Fontenelle (1657-1757), segretario perpetuo dell’Académie Royale des Sciences, scrive l’opera che lo renderà famoso in Europa, gli Entretiens sur la pluralité des mondes . Pubblicata per la prima volta nel 1686, l’opera conta ben 33 edizioni alla morte dell’autore. A partire dalla quarta edizione, gli Entretiens sono divisi in sei serate e riportano le conversazioni tra un uomo di scienza e una marchesa che mostra vivo interesse per le novità in campo astronomico. Il suo interlocutore spiega alla marchesa le nuove concezioni cosmologiche, l’eliocentrismo, le scoperte di Galileo, la teoria cartesiana dei vortici. La scelta di una donna come personaggio delle conversazioni mostra l’intento dell’autore di dare diffusione alle nuove concezioni cosmologiche tra un pubblico di non specialisti, ma colto, facendo uso di uno stile elegante e insieme semplice e diretto.


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