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Sul politically correct

Volto a ovviare ingiuste discriminazioni e a evitare offese verso determinate categorie, il politically correct si è imposto a vari livelli nella società, soprattutto a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. Se da un lato ha spesso mutato le abitudini linguistiche, dall’altro ha scatenato una violenta reazione da parte degli ambienti conservatori, che gli rimproverano di ledere il diritto di parola e di ricorrere spesso a inutili esagerazioni. Una mediazione fra le posizioni più radicali dell’una e dell’altra sponda è forse possibile in una versione del PC più moderata, eliminando dal linguaggio corrente quelle espressioni che possono offendere o far soffrire persone appartenenti a determinate categorie.

Quando “noi” parliamo degli “altri”

Benché sia fenomeno tipico della seconda metà del Novecento, il “politicamente corretto” (comunemente indicato ormai come PC) ha una storia più antica. Nel 1793 la Corte Suprema degli Stati Uniti (caso detto Chisholm vs Georgia) argomentava che troppo frequentemente si citava uno Stato in luogo del Popolo, per il cui bene lo Stato esiste, e che pertanto era not politically correct, in un brindisi, parlare di Stati Uniti in luogo di “il Popolo degli Stati Uniti”. Poi il movimento ha preso piede negli ambienti universitari americani agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, come alterazione del linguaggio intesa a ovviare a ingiuste discriminazioni (reali o pretese) e a evitare offese in modo da trovare sostitutivi eufemistici per usi linguistici che riguardano differenze di razza, genere, orientamento sessuale o disabilità, religione e opinioni politiche.

Così le prime battaglie del PC sono state combattute per eliminare epiteti offensivi nei confronti della gente di colore, non solo l’infame nigger ma anche negro, parola che in inglese si pronuncia nigro e che suona come un prestito dallo spagnolo ed evoca i tempi dello schiavismo. Da cui prima l’adozione di black e poi, con successiva correzione, african-american.

Si citano queste correzioni perché caratterizzano un elemento importante del PC. Il problema non è di decidere “noi” (che stiamo parlando) come chiamare gli “altri”, ma di lasciar decidere agli altri come vogliono essere chiamati, e se il nuovo termine continua in qualche modo a turbarli, accettare la proposta di un terzo termine. Se non ci si trova in una certa situazione non si può sapere quale sia il termine che turba e offende coloro che vi si trovano; quindi si deve accettare la loro proposta. Il caso tipico è quello della decisione di usare in italiano non vedente invece di cieco. Si può legittimamente ritenere che non vi sia nulla di offensivo nel termine cieco e che l’usarlo non diminuisca, anzi rafforzi, il senso di rispetto e solidarietà che si deve agli appartenenti a questa categoria (c’è sempre stata una certa nobiltà nel parlare di Omero come del gran veggente cieco); ma se gli appartenenti alla categoria si ritengono più a proprio agio con non vedente siamo tenuti a rispettare il loro desiderio.

Era pesante l’epiteto di spazzino per chi faceva quell’onesto lavoro? Ebbene, se la categoria lo desidera, si userà operatore ecologico. Per amore di paradosso, il giorno che gli avvocati si sentissero disturbati da questo appellativo (magari per l’eco di termini spregiativi come avvocaticchio o avvocato delle cause perse) e chiedessero di essere designati come operatori legali, sarà educato attenersi a quest’uso. Perché però gli avvocati non hanno mai chiesto di cambiare denominazione? Perché sono socialmente considerati e godono di eccellenti condizioni economiche. Il punto è pertanto che spesso la decisione PC può rappresentare un modo di eludere problemi sociali ancora irrisolti, mascherandoli attraverso un uso più educato del linguaggio. Se si decide di chiamare le persone in carrozzella non più handicappati e neppure disabili, ma diversamente abili, e poi non gli si costruiscono le rampe d’accesso ai luoghi pubblici, evidentemente si è ipocritamente rimossa la parola, ma non il problema. Del pari si dica della bella sostituzione di disoccupato con nullafacente a tempo indefinito o di licenziato con in transizione programmata tra cambiamenti di carriera.

Questo spiega perché una categoria richiede il cambio del nome e dopo un poco, restate intatte alcune condizioni di partenza, esige una nuova denominazione, in una fuga in avanti che potrebbe non finire più se, oltre al nome, non cambia anche la cosa. Ci sono addirittura dei salti all’indietro, dove una categoria richiede il nuovo nome, ma poi nel proprio linguaggio privato mantiene quello antico, o vi ritorna, a titolo di sfida (in alcune gang giovanili afroamericane si usa spavaldamente il termine nigger, salvo che non si accetta che lo usino gli estranei, un poco come accade con le barzellette sui gruppi etnici, che possono raccontare solo gli appartenenti a quei gruppi).

Talora il PC può sfiorare addirittura un razzismo latente. Nel dopoguerra, molti italiani ancora diffidenti nei confronti degli ebrei, ma che non volevano mostrarsi razzisti, per dire di qualcuno che era ebreo dicevano, dopo una esitazione infinitesimale, che era un israelita. Non sapevano che gli ebrei erano orgogliosi di essere riconosciuti come ebrei, anche se (e in parte proprio perché) il termine era stato usato come insulto dai loro persecutori.

Un altro caso imbarazzante è stato quello delle lesbiche: per lungo tempo chi voleva apparire corretto aveva timore a usare questo termine, così come non usava i dispregiativi consueti per gli omosessuali, e timidamente parlava di saffiche. Poi si è scoperto che, tra gli omosessuali, se gli uomini volevano essere chiamati gay, le donne si definivano tranquillamente come lesbiche (anche a causa del pedigrée letterario del termine), e pertanto era corretto chiamarle così.

Degenerazioni del politically correct

Talora il PC ha veramente mutato, e senza troppi traumi, gli usi linguistici. È sempre più frequente, quando si fanno esempi generali, evitare di parlare al maschile e parlare di essi. Molti professori americani non dicono più “quando viene da me uno studente...” ma, o parlano di “studenti” (il che funziona in inglese, ma in italiano provocherebbe ancora imbarazzi quando a questo termine plurale si dovesse associare un aggettivo), o addirittura variano negli esempi, parlando talora di un he e talora di una she; ed è ormai accettata la sostituzione di chairman (“presidente”) con chairperson o chair. Anche se chi scherza sul PC ha proposto di cambiare il termine per il postino, mail man, in person person, perché anche mail (“posta”) può suonare come male (“maschio”).

Queste satire prendono atto del fatto che, una volta impostosi come movimento democratico e liberal, che aveva assunto immediatamente una connotazione di sinistra (almeno nel senso della sinistra americana), il PC ha prodotto le sue degenerazioni. Si è ritenuto che mankind (“umanità”) fosse sessista, per via del prefisso man, ed escludesse dall’umanità le donne, e si è deciso di sostituirlo con humanity, per ignoranza etimologica, dato che anch’esso deriva da homo (e non da mulier). Sia pure per provocazione, ma sempre per ignoranza etimologica, certe frange del movimento femminista avevano proposto di non parlare più di history (dove his è pronome maschile) ma di herstory.

L’esportazione del PC in altri Paesi ha prodotto nuovi contorcimenti, e tutti sappiamo dei dibattiti (non risolti) se sia più rispettoso chiamare una donna avvocatessa o avvocato. Negli Stati Uniti si è discusso se sia PC chiamare poetess una donna poeta, come se fosse solo la moglie di un poeta (e anche qui giocano gli usi sedimentati, perché da noi il termine poetessa è ormai accettato tanto quanto professoressa, mentre suonerebbe bizzarro e persino insultante banchieressa o banchiera).

Un caso tipico di difficile trasposizione è proprio quello del cambio di negro in nero. In America il passaggio dal connotatissimo negro a black era radicale, mentre in altre lingue il passaggio da negro a nero suona un poco forzato. In italiano il termine negro ha una sua storia legittima e attestata dalle molte fonti letterarie, e sono stati scrittori africani di lingua francese a parlare di négritude.

In America le degenerazioni del PC hanno incoraggiato una pletora di falsi e divertentissimi dizionari PC in cui oltre un certo limite non si capisce più se una certa dizione è stata realmente proposta o è stata inventata con propositi satirici. Infatti accanto a sostituzioni ormai entrate nell’uso, si trovano socialmente separato per carcerato, funzionario del controllo bovino per cowboy, correzione geologica per terremoto, residenzialmente flessibile per barbone, erezionalmente limitato per impotente, orizzontalmente accessibile per donna di facili costumi, regressione follicolare per calvizie e addirittura carente in melanina per indicare un uomo bianco.

In internet si trova il sito dello S.T.U.P.I.D. (Scientific and Technical University for Politically Intelligent Development) dove si annuncia che in quel campus si sono istituiti segnali stradali non solo in cinque lingue ma anche in Braille, e si propugna una Cosmologia Femminista, che sostituisce alla metafora maschilista ed eiaculatoria del Big Bang la teoria del Gentle Nurturing, secondo la quale la nascita dell’universo è avvenuta per lenta gestazione.

A parte le esagerazioni effettive e i risvolti comici che esse hanno ispirato, il PC ha prodotto sin dall’inizio una violenta reazione da parte degli ambienti conservatori, che lo vedono come un caso di bigotteria di sinistra e una imposizione che lede il diritto alla libertà di parola. Questo ha prodotto intolleranze di segno opposto, per cui si mette sotto accusa, come PC, ogni atteggiamento politico che privilegi la comprensione tra razze e religioni o addirittura il tentativo di capire le ragioni dell’avversario – da cui imputazioni di simpatia per il terrorismo a chi cerchi di spiegare le ragioni del risentimento arabo nei confronti dell’occidente, o appaia troppo indulgente con le richieste delle minoranze extracomunitarie.

Inoltre, sovente si fa confusione tra suggerimento morale e obbligo legale. Negli Stati Uniti sono documentati molti casi in cui, per avere fatto un uso politicamente scorretto del linguaggio, interi programmi televisivi sono stati penalizzati dalla pubblicità, o addirittura chiusi, e non sono rari scandali universitari in cui un professore viene messo al bando per non aver prestato attenzione nell’impiegare solo termini politicamente corretti.

Talora si è scivolati dal problema semplicemente linguistico (chiama gli altri come desiderano essere chiamati) al problema dei diritti delle minoranze. Naturale che in certe università studenti non occidentali volessero anche dei corsi sulle proprie tradizioni culturali e religiose e sulla loro letteratura. Meno ovvio che, per esempio, degli studenti africani volessero che i corsi su Shakespeare fossero sostituiti con corsi sulle letterature africane. La decisione, quando e se accettata, apparentemente rispettava l’identità dell’afroamericano, ma di fatto gli sottraeva delle conoscenze utili per potere vivere nel mondo occidentale.

Una soluzione moderata del problema del PC si ha nello stabilire che è politicamente corretto (umano e civile) eliminare dal linguaggio corrente quei termini che fanno soffrire dei nostri simili.


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