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Thomas Mann

Premio Nobel per la letteratura nel 1929, Thomas Mann è uno dei maggiori narratori del Novecento. Ha praticato sia la forma breve del racconto, sia quella lunga del romanzo. Estraneo al radicalismo delle avanguardie, accoglie l’eredità della grande tradizione culturale europea, senza mancare di misurarla con le innovazioni cui approdano le diverse discipline contemporanee e con i problemi politici e sociali del suo tempo.

Dagli esordi ai Buddenbrook

Thomas Mann

I Buddenbrook

Il libro era aperto alla pagina dove, con la scrittura dei suoi antenati e da ultima quella di suo padre, era tracciato l’albero genealogico dei Buddenbrook, con parentesi e annotazioni e date ben chiare. [...] I suoi occhi vagavano su tutti quei nomi maschili e femminili, incolonnati e affiancati, parte in scrittura antica ornata di ghirigori e ampi svolazzi, con inchiostro scolorito e giallastro o nero carico, che portava ancora tracce di polverina dorata... egli lesse, alla fine, nella grafia minuta e frettolosa del babbo, sotto quello dei genitori anche il proprio nome: Justus, Johann, Kaspar, nato il 5 aprile 1861 - e questo gli fece piacere; quindi si rizzò, prese con noncuranza penna e righello, lo pose sotto il suo nome e fece scorrere ancora una volta lo sguardo su tutto quel groviglio genealogico: poi, con aria tranquilla e svagata meticolosità, meccanicamente e come trasognato, tracciò con la penna d’oro due belle linee attraverso tutto il foglio, la superiore un po’ più grossa di quella inferiore, così come doveva fare su ogni pagina del suo quaderno di aritmetica... Poi per un momento piegò la testa con aria esaminatrice e si allontanò. Dopo pranzo, il senatore lo chiamò e lo apostrofò corrugando le sopracciglia. “Che roba è questa? Chi l’ha fatto? L’hai fatto tu?” Hanno dovette riflettere, chiedendosi se era stato proprio lui, e poi disse timido e spaurito: “Sì”. “Che cosa significa! Che ti prende! Rispondi! Come ti è venuta in mente una cosa simile!” gridava il senatore colpendolo sulla guancia con il fascicolo arrotolato. E il piccolo Johann, indietreggiando e toccandosi la guancia, balbettò: “Credevo... io credevo... che dopo non venisse più nulla...”

T. Mann, I Buddenbrook, Milano, Garzanti, 1983

Thomas Mann

Morte a Venezia

Gustav Aschenbach, insomma, era nato a L., capoluogo di un distretto della provincia della Slesia, figlio di un alto funzionario della magistratura. I suoi antenati erano stati ufficiali, giudici, funzionari della pubblica amministrazione, uomini che al servizio del re e dello Stato avevano condotto una vita austera, onorata e modesta. Fra di essi una ipù profonda spiritualità aveva preso corpo, una volta, nella persona di un predicatore, un sangue più impetuoso e più caldo era affluito nella famiglia con la generazione precedente, grazie alla madre del poeta, figlia di un maestro di cappella boemo. Da lei gli derivavano, per quanto riguardava l’aspetto esteriore, certi segni di una razza straniera. Il connubio tra la disciplinata integrità burocratica egli oscuri, focosi impulsi avevano prodotto un artista, anzi questo particolare artista.

T. Mann, Morte a Venezia, Roma, Newton compton, 1990

Secondogenito dell’agiato commerciante Thomas Johann Heinrich Mann, nasce il 6 giugno 1875 a Lubecca. La madre, Julia da Silva-Bruhns, è figlia di un ricco possidente terriero con proprietà in Brasile e di una creola-portoghese. Il carattere tipicamente latino della madre, il suo talento musicale, fanno da contrappunto nella formazione di Mann all’ethos protestante paterno e contribuiscono ad alimentare il senso di diversità che il giovane Thomas sviluppa nei confronti della società di Lubecca. Il padre muore nel 1891 a causa di un tumore. Convinto che nessuno dei propri figli, dalle precoci ambizioni letterarie, avrebbe potuto assumere la direzione della sua ditta commerciale, ne predispone nel proprio testamento la vendita. Alla sua scomparsa, il primogenito Heinrich ha già lasciato da qualche tempo Lubecca.

Il sedicenne Thomas rimane invece ancora qualche anno nella città anseatica per lasciarla solo nel 1894, quando abbandona prematuramente la scuola senza conseguire la maturità e raggiunge la madre, trasferitasi a Monaco dopo la morte del marito. Qui frequenta gli ambienti artistici e collabora a riviste letterarie, tra cui il “Simplicissimus”. L’eredità paterna gli garantisce una certa sicurezza economica che consentirà l’inizio della sua carriera letteraria. Dal 1895 al 1897 intraprende con il fratello Heinrich lunghi viaggi in Italia. A Palestrina inizia a comporre nel 1897 I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia (Buddenbrooks. Verfall einer Familie, 1901). Il successo del romanzo, edito quattro anni dopo dall’editore berlinese Fischer, porta Mann ad affermarsi come autore e a integrarsi nella società borghese, superando così la preoccupazione degli anni giovanili di rimanerne ai margini, in quanto bohémien con tendenze bisessuali vissute come funesta “disgrazia” (Heimsuchung). Nel 1905 il matrimonio con Katja, proveniente dalla ricca famiglia borghese dei Pringsheim, rappresenta il culmine di questa affermazione sociale. Dalla loro unione nasceranno sei figli.

La Grande Guerra e l’esilio negli Stati Uniti

La ricerca di forme e materiali che approfondiscano il tema, centrale in Mann, della dicotomia tra arte e vita, segna soprattutto quel periodo della sua produzione che si apre con il racconto Tonio Kröger (1903), prosegue con il romanzo Altezza reale (Königliche Hoheit, 1909) e il racconto La morte a Venezia (Der Tod in Venedig, 1912), per concludersi con lo scoppio della prima guerra mondiale. Questo evento determina in Mann l’inizio di una revisione delle proprie convinzioni intellettuali. La stesura del romanzo La montagna incantata (Der Zauberberg, 1924), iniziata nel 1913, subisce una pausa sino al 1918, durante la quale Mann si schiera a favore della guerra e compone le Considerazioni di un impolitico (Betrachtungen eines Unpolitischen, 1918). Nel voluminoso saggio rivendica la superiorità della Kultur (la tradizione spirituale tedesca) rispetto alla Zivilisation (la “civilizzazione” di origine illuminista) ed esprime posizioni nazional-conservatrici che polemizzano con quelle pacifiste e francofile del fratello Heinrich. Agli anni successivi al conflitto bellico risale la svolta di Mann in senso democratico, segnata nel 1922 dal discorso Della Repubblica tedesca (Von deutscher Republik), nel quale Mann si dichiara a sostegno della Repubblica di Weimar.

Nella seconda metà degli anni Venti compie un viaggio in Egitto e raccoglie i primi elementi per il progetto narrativo di Giuseppe e i suoi fratelli (Joseph und seine Brüder, 1926-1943) che, dopo un lungo periodo in cui ne definisce la concezione, giunge ad assumere la struttura di una tetralogia. Politicamente prende posizione in maniera sempre più decisa per la Repubblica e contro i nazionalsocialisti in rapida ascesa. Nel 1929 riceve il Nobel per la letteratura, per I Buddenbrook e non per il romanzo più recente La montagna incantata. Poco dopo la presa del potere dei nazionalsocialisti, durante un ciclo di conferenze in Europa, decide di non rientrare in Germania. Segnali di avvertimento lo portano infatti a differire il suo ritorno e, nel corso del 1933, sceglie definitivamente la via dell’esilio prima in Francia, poi in Svizzera. I tentativi di questo periodo, in parte riusciti, di mantenere, tramite un accorto e tacito dissenso nei confronti del nazionalismo, i ricavati delle vendite dei suoi romanzi – presenti sul mercato in Germania sino alla fine del 1936 – si concludono all’inizio del 1936, con la pubblica ammissione del suo esilio e la conseguente perdita della cittadinanza tedesca. I romanzi Carlotta a Weimar (Lotte in Weimar, 1939) e la quarta parte della tetralogia di Giuseppe non potranno venir pubblicati in patria. Nel 1938 Mann emigra negli Stati Uniti, inizialmente a Princeton, dove riceve un incarico come docente universitario, poi dal 1941 in California. Qui incontra molti intellettuali europei in esilio, tra cui Arnold Schönberg e Theodor W. Adorno, che daranno un importante contributo, con le loro consulenze sulla musica dodecafonica, alla composizione del Doctor Faustus (Doktor Faustus, 1947). Durante il conflitto bellico, Mann svolge una attiva campagna antihitleriana, con scritti, conferenze e una serie di collaborazioni radiofoniche. Nel dopoguerra sceglie di rimanere negli Stati Uniti, risentendo tuttavia in prima persona del clima intollerante e persecutorio che caratterizza l’era McCarthy. Un vero e proprio riavvicinamento alla Germania non si realizza né con la parte est né con la ovest del Paese, nonostante Mann intraprenda alcuni viaggi in patria, il primo dei quali ha luogo nel 1949 in occasione delle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Goethe. Quando nel 1952 Mann decide di lasciare gli Stati Uniti e di far ritorno in Europa, si stabilisce in Svizzera, dove muore il 12 agosto 1955 a Kilchberg, sul lago di Zurigo.

L’opera

Thomas Mann esordisce a 23 anni con il volume di racconti Il piccolo signor Friedemann (Der kleine Herr Friedemann, 1898). Su invito dell’editore Fischer, Mann compone in seguito I Buddenbrook, il suo primo romanzo, in cui ritrae il declino di una dinastia mercantile di Lubecca e sviluppa, su influsso di Nietzsche e di Bourget, il tema della decadenza, adattandolo a un milieu a lui ben noto per personale esperienza biografica. Il romanzo descrive, con ricorso a tecniche di rappresentazione realistiche, la crisi della borghesia tedesca di fine Ottocento e s’inserisce in una tradizione che va dal Bildungsroman goethiano al naturalismo, non senza accogliere suggestioni, da un punto di vista strutturale, dalle opere di Wagner. Nel 1906, come reazione a riduttive letture in chiave autobiografica dei Buddenbrook, Mann scrive il saggio Bilse e io (Bilse und ich), dove elabora i fondamenti di una propria poetica e attribuisce alla scrittura la funzione di “approfondimento soggettivo di un modello reale”.

Nell’opera di Mann domina il motivo, ampiamente trattato nel decadentismo europeo, del conflitto irrisolto tra arte e vita, esistenza borghese ed esperienza artistica. Nel decennio che precede la prima guerra mondiale tale tema è sottoposto da Mann a molteplici variazioni e, in Tonio Kröger (1903), si coniuga con il dissidio interiore, di origine autobiografica, tra le duplici origini – latine e germaniche – del protagonista. Il racconto si conclude con la descrizione, dal carattere quasi saggistico, dell’artista come “borghese sviato” che continua a sperimentare un “amore per l’umano, il vivo, l’ordinario” e a essere “in mezzo a due mondi”, senza sentirsi in nessuno di essi a proprio agio. Fratello spirituale di Tonio Kröger è Gustav von Aschenbach, il protagonista di La morte a Venezia (1912), anch’egli confrontato con l’irrisolvibile dicotomia tra arte e dignità borghese, mondo degli istinti e compostezza sociale. Il suo ideale di perfezione artistica è costituito non a caso dalla figura di san Sebastiano, l’eroe che “stringendo i denti nel suo orgoglioso pudore, resta immobile mentre spade e lance gli trapassano il corpo”. A Venezia i conflitti che lacerano Aschenbach culminano nei turbamenti omoerotici per l’adolescente Tadzio e si risolvono tragicamente, in una atmosfera di decadenza e disfacimento. Nel racconto Mann perfeziona una tecnica compositiva fondata sulla sapiente orchestrazione di leitmotiv che genera nella narrazione una complessa struttura di rimandi simbolici. Tale tecnica verrà in seguito messa alla prova di una costruzione romanzesca in La montagna incantata (1924). Il tema della morte e quello della malattia vengono qui approfonditi e assumono sempre più una connotazione morale e filosofica. La vicenda dell’ingegnere Hans Castorp, che compie il proprio percorso di formazione trascorrendo sette anni in un sanatorio sulle montagne svizzere, consente inoltre a Mann di rappresentare la crisi culturale e politica che ha caratterizzato la società europea nel periodo prebellico. Figure emblematiche di questa situazione storica sono il democratico progressista Settembrini e il gesuita reazionario Naphta, portatori di valori antitetici e di due contrastanti intenzioni pedagogiche. Nel sanatorio Hans Castorp viene iniziato a un umanesimo critico nei confronti dell’irrazionalismo di ascendenza romantica, secondo un orientamento che riflette la conversione di Mann alle idee democratiche, coeva alla ripresa della stesura del romanzo dopo la fine della prima guerra mondiale.

Una gestazione ancor più lunga della Montagna incantata ha avuto la tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli. Concepita a partire dal 1926, viene conclusa solo nel 1943 durante il periodo dell’emigrazione. I quattro romanzi che la compongono – Le storie di Giacobbe (Die Geschichten Jaakobs, 1933), Il giovane Giuseppe (Der junge Joseph, 1934), Giuseppe in Egitto (Joseph in Aegypten, 1936) e Giuseppe il nutritore (Joseph der Ernährer, 1943) – si rifanno al racconto biblico di Iacopo e Giuseppe (Mos. I, 37-50) e operano una originale sintesi tra psicologia e mito, il cui uso “umanizzato” si oppone volutamente agli abusi e alle manipolazioni che del mito ha fatto il nazismo. La tetralogia riprende, superandolo, il tema manniano dell’artista narciso che, nella quarta e ultima parte, trova nel ruolo del “nutritore” la propria funzione sociale. Altra meditazione sul destino dell’artista viene svolta da Mann nel romanzo Carlotta a Weimar (1939) che mette in scena la figura di Goethe, poeta che per Mann diviene, soprattutto durante l’esilio, un modello umano ed estetico. Agli anni trascorsi negli Stati Uniti risale la stesura del Doctor Faustus (1947), storia del compositore Adrian Leverkün che cede la propria anima al diavolo in cambio di un potenziamento delle proprie capacità creative. La vita del protagonista ricalca in alcuni episodi la biografia di Nietzsche (anche Leverkün contrae la sifilide che lo porterà alla pazzia), mentre le sue sperimentazioni musicali hanno come modello le composizioni di Arnold Schönberg, ideatore della musica dodecafonica. Il romanzo coniuga un’analisi dell’arte moderna con una riflessione sulla nascita del nazionalsocialismo, inscritta da Mann nella tradizione culturale dell’irrazionalismo romantico tedesco. Il nesso che, su un piano simbolico, viene istituito tra storia musicale e storia politica è a tutt’oggi discusso e costituisce oggetto di contraddittorie interpretazioni. Dopo il Doctor Faustus Mann scrive il romanzo breve L’eletto (Der Erwählte, 1951) e conclude nel 1954 la prima parte delle Confessioni del cavaliere d’industria (Die Bekenntnisse des Hochstaplers Felix Krull, 1954), in cui sviluppa, questa volta in forma parodica, il tema dell’artista decadente. Continua inoltre a praticare il genere racconto e pubblica, tra le tarde prove di questa forma narrativa breve, Mario e il mago (Mario und der Zauberer, 1930), allegoria del fascismo italiano, I dieci comandamenti (Das Gesetz, 1943) e L’inganno (Die Betrogene, 1953).

Mann ha svolto anche una intensa attività saggistica che si è orientata soprattutto ad autori e intellettuali dell’Ottocento tedesco ed europeo (Wagner, Nietzsche, Theodor Fontane, Goethe, Tolstoj, Anton Cechov e Friedrich Schiller). È anche autore di circa 15 mila lettere e di diari che, nel corso di tutta la sua vita, usa come mezzo di quotidiana autoanalisi. La pubblicazione di quelli conservati – risalenti agli anni 1918-1921 e 1933-1955 – conclusasi solo nel 1995, ha contribuito a modificare profondamente l’immagine di Mann agli occhi della critica e del pubblico. Del romanziere che ha descritto la crisi della cultura borghese e si è imposto anche a livello internazionale come un interprete dell’identità tedesca, inizia a essere resa nota anche la vita privata, il dramma dell’esilio, le nevrosi quotidiane, il rapporto con i familiari e non da ultimo, l’omosessualità non vissuta. Di questi aspetti biografici di Mann ha offerto un vivido ritratto il film di Heinrich Breloer, dal grande successo in Germania, I Mann – Un romanzo del secolo (Die Manns – Ein Jahrhundertroman, 2001).


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