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Un musicista greco alla corte dell’imperatore Adriano: Mesomede di Creta

L’attività del musicista greco Mesomede di Creta alla corte dell’imperatore Adriano è testimoniata da numerose fonti, alcune delle quali tramandano non solo i titoli o i testi dei suoi componimenti, ma anche le musiche, nello specifico due proemi e due inni religiosi. Questi componimenti di Mesomede, pubblicati per la prima volta da Vincenzo Galilei nel 1581, sono i primi brani musicali dell’Antichità classica a essere conosciuti nel mondo moderno.

Un musicista greco alla corte dell’imperatore

La concezione imperiale e la propaganda culturale di Adriano, imperatore profondamente ellenofilo nei gusti artistici, poggia su un modello educativo di evidente matrice greca nel cui ambito trova ampio spazio la musica, come testimoniano in proposito alcune fonti biografiche sull’imperatore che, accanto alla sua grande passione per la poesia e la letteratura, ne citano la perizia nell’arte di suonare e cantare (Vita di Adriano, 14, 8-9). Purtroppo non conosciamo né i maestri né il percorso di studi musicali seguiti da Adriano, ma sappiamo quanto egli ami circondarsi di letterati e intellettuali che contribuiscono ad alimentare il suo programma di "ellenizzazione" personale e culturale. Tra questi personaggi spicca il nome di un musicista, la cui fama è testimoniata da numerose fonti letterarie: Mesomede di Creta.

Poche sono le notizie biografiche che possediamo su di lui. La Suda (un’enciclopedia in lingua greca del X secolo che raccoglie numerose informazioni su storia e biografie antiche) dedica un lemma a “Mesomede, cretese, poeta lirico, vissuto all’epoca di Adriano, liberto dell’imperatore e sommamente a lui caro. È infatti l’autore di un encomio di Antinoo, che era il fanciullo amato da Adriano, e di vari altri componimenti. Quando Antonino, cioè Marco Aurelio Antonino, più noto con il nome di Caracalla) dopo aver ricercato la tomba di Silla la restaurò, innalzò un cenotafio anche a Mesomede, autore di composizioni citarodiche” (Suda, m 668). Mesomede è quindi di origine greca, come gran parte degli artisti di corte del mondo romano e, secondo quanto afferma la Suda, compositore di brani solistici accompagnati dallo strumento a corda tipico dei professionisti, la cetra, pur se le fonti testimoniano anche una sua produzione cultuale più verosimilmente intonata da un coro. Non conosciamo la data della sua morte, ma sappiamo che sopravvive all’imperatore e la sua fama è ricordata ancora da altri autori nella tarda antichità. I componimenti superstiti di questo musicista – o, per meglio dire, a lui attribuiti dalla tradizione antica – sono in tutto 14, tramandati da fonti differenti. I più famosi sono due proemi e due inni contenuti in una serie di manoscritti databili tra XIII e XVII secolo e corredati di notazione musicale antica, vale a dire di simboli alfabetici con funzione melodica, che noi siamo oggi in grado di interpretare e trascrivere grazie ad alcuni trattati teorici della tarda antichità. Il primo editore di queste composizioni è Vincenzo Galilei, una delle figure più importanti nella vita musicale del tardo Rinascimento, che nel 1581 li stampa (senza però trascriverli) nel suo famoso Dialogo della musica antica e della moderna, comunicando di averne avuta notizia dall’umanista Girolamo Mei:“eccovi appresso quattro antiche cantilene, composte nel modo Lydio, da uno degli antichi Musici Greci; le quali furono trovate in Roma da un gentiluomo nostro Fiorentino, nella libreria del Cardinale Sant’Angiolo, in alcune certe carte che erano dopo a uno libro antichissimo in penna, della Musica d’Aristide Quintiliano e di Briennio”. In realtà questi brani sono tramandati in coda a un trattato musicale attribuito a un certo Dionisio, attivo a Costantinopoli nel X secolo alla corte dell’imperatore Costantino: Dionisiou, "di Dioniso", è infatti il nome che Galilei fa precedere ai brani, intendendolo come nome dell’autore. Tali composizioni (la cui paternità è riconducibile al musicista cretese solo sulla base delle antiche citazioni dell’Inno a Nemesi che si ritrovano in altre fonti) sono per noi particolarmente importanti in quanto costituiscono i primi brani musicali dell’antichità classica a essere conosciuti nel mondo moderno.

Le musiche superstiti

L’Inno alla Musa e l’Inno a Calliope ed Apollo sono due brevissime composizioni chiaramente identificabili quali "proemi" (prooimia, alla lettera "prima della strada o del viaggio", con una chiara allusione alla metafora del canto come "via", molto comune nella tradizione antica), vale a dire quali introduzioni musicali, vocali o semplicemente strumentali, che i musicisti antichi sono soliti anteporre alle loro esecuzioni. Lo scopo di tali proemi è certamente quello di propiziarsi il favore degli dèi (è sempre presente un’invocazione a divinità protettrici della musica e della poesia) ma anche, più semplicemente, quello di fissare il ritmo e la tonalità del brano a seguire, nonché di catturare l’attenzione del pubblico (che, diversamente da quello che avviene nelle esibizioni musicali moderne, nella Roma antica non sta certo in rispettoso silenzio in attesa che il musicista inizi la sua esibizione!). Gli altri due componimenti pubblicati dal Galilei sono invece notevolmente più estesi: si tratta in entrambi i casi di inni religiosi, quindi più verosimilmente intonati da un coro.

Nei manoscritti, l’Inno al Sole si apre con sei versi, in grave ritmo spondiaco, che richiamano al silenzio tutti gli elementi prima dell’epifania di Apollo Febo (vale a dire prima del sorgere del sole, evidente cornice della celebrazione rituale), molto probabilmente declamati dal sacerdote prima che il coro intoni il canto vero e proprio: “Faccia silenzio tutto il cielo, / la terra e il mare e i venti, / tacciano correnti, valli, / echi e suoni di uccelli: / sta infatti per giungere a noi / il giovane Febo dalla bella chioma”. L’altro inno tramandato sotto il nome di Mesomede è invece indirizzato a Nemesi, una figura mitologica che personifica la "giustizia compensatrice", concetto che si basa sull’assunto che il mondo risponde a una sorta di armonia, per cui bene e male si compensano.

Tale brano pare essere stato particolarmente famoso nell’antichità, in quanto è citato da alcuni scrittori antichi anche molti secoli dopo la sua composizione. Entrambi i brani musicali si caratterizzano per uno stile musicale privo di modulazioni e alquanto ripetitivo, non particolarmente melodioso ma dal carattere solenne, tipico della musica cultuale, la cui funzione era essenzialmente quella di predisporre l’animo dei fedeli al rito religioso.

Altre composizioni

Altri brani di diverso carattere suggeriscono una alquanto differenziata attività poetico-musicale di Mesomede alla corte dell’imperatore. In un codice conservato presso la Biblioteca Vaticana (Ottobonianus Graecus 59, XIII-XIV sec.) si trovano altri otto componimenti preceduti dall’indicazione "privati della notazione musicale": tale nota del copista indica chiaramente che, nella fonte dell’Ottoboniano, erano originariamente presenti anche i segni relativi alla melodia, ma che il copista non li ha intenzionalmente riportati sulla copia che stava redigendo. I temi trattati da queste composizioni sono alquanto variegati: oltre a due inni Alla Natura e A Iside, si leggono due inni Alla meridiana (Eis orologion) e All’Adriatico, l’Ekphrasis (o Descrizione) di una spugna e i brani Su un cigno e Su una mosca.

Altri due componimenti (gli unici trasmessi non in forma anonima, ma esplicitamente sotto il nome dell’autore) sono invece contenuti nella raccolta di epigrammi greci, compilata nella tarda antichità, conosciuta con il nome di Antologia Palatina: nel primo caso abbiamo un poema che descrive la fabbricazione del vetro, nel secondo uno che descrive una strana tipologia di sfinge, l’animale mitico canonicamente rappresentato con corpo di leone dotato di ali, testa di donna e coda di serpente. Il poema di Mesomede illustra una sfinge che non sembra trovare riscontro nell’iconografia antica, e la sua stranezza è ricordata anche dalla pagina che Marguerite Yourcenar dedica all’esibizione musicale di Mesomede nel Museo di Alessandria nel suo celebre romanzo Memorie di Adriano: “Ad Alessandria, il poeta Pancrate ci organizzò una festa al Museo […] Mesomede di Creta, il mio musico prediletto, accompagnò sull’organo ad acqua il recitativo del suo poema La Sfinge, un’opera inquietante, sinuosa, sfuggente come la sabbia al vento”. La critica recente (Musso, La Sfinge di Mesomede 1988) ha identificato questo strano animale mitico in un mosaico (vedi figura) conservato in un’abbazia del X secolo a Grazzano Badoglio, nel Monferrato, posto sulla tomba di Aleramo, fondatore e benefattore dell’abbazia stessa. Nel mosaico, di evidente matrice pagana (probabilmente riutilizzato dopo la rimozione da una villa romana della zona proprio grazie al soggetto mitico) sono rappresentati due animali mostruosi posti uno di fronte all’altro: nel riquadro di destra vi è raffigurato un drago leonino, in quello di sinistra una sfinge che sembra corrispondere alla descrizione di Mesomede – volto di donna, corpo di leone nella parte centrale, di drago nella parte posteriore, e zampe di chimera (il piede spurio citato nel componimento). In epoca imperiale la sfinge è infatti simbolo di Iside, signora di tutti gli elementi (alla quale Mesomede dedica anche un inno, come già ricordato), e il culto di tale dea è attestato anche in zone limitrofe del Piemonte.

A questi brani poetici riconducibili alla paternità del musicista cretese si può, forse, aggiungere il testo dell’encomio che Mesomede avrebbe composto per Antinoo, il fanciullo amato dall’imperatore, che gli studiosi hanno creduto di poter riconoscere in un’iscrizione parzialmente recuperata presso il tempio di Apollo Ilate a Kourion, nell’isola di Cipro (Kourion n. 104). In tale iscrizione il poeta si rivolge alla Musa, chiedendole di accoglierlo quale infelice messaggero della morte del fanciullo e invitandola a pregare il giovane quale novello Adone (personaggio mitico simbolo della giovanile bellezza maschile, amato da Afrodite e morto anch’egli, come Antinoo, prematuramente).


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