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Un’idea di Europa

La prima guerra mondiale segna un momento di profonda incertezza nella storia dell’idea d’Europa. Lo spettacolo delle nazioni divise e sconvolte dal potere viene recepito anche dai letterati come un’esperienza sconvolgente. È proprio nel mondo della cultura però che, dopo il conflitto e durante tutto il difficile periodo storico fra le due guerre, l’unità spirituale europea sembra rinnovarsi. Sono soprattutto i poeti e gli artisti infatti, attraverso le reciproche traduzioni, i viaggi e i confronti a distanza a mantenere viva una fitta rete di scambi, che non si interromperà neppure durante il secondo conflitto. Con le nuove generazioni di scrittori, infine, l’idea di un’unità della cultura internazionale diventa parte integrante dell’esperienza quotidiana al punto da doversi ormai confrontare con l’affermarsi di un gusto letterario che tende in parte a omogeneizzare la ricchezza delle diverse tradizioni culturali.

Quale Europa

Edmund Husserl

Pensiero scientifico e intuizione

Cosí il problema che supponevamo investire soltanto i fondamenti delle scienze obiettive, e che ritenevamo un problema parziale nel problema universale della scienza obiettiva, ha finito di fatto per dimostrarsi (come già avevamo preannunciato) il vero e proprio problema, il problema piú specificamente universale. Si può anche dire: esso si presenta dapprima come il problema del rapporto tra pensiero scientifico-obiettivo e intuizione; abbiamo cioè, da un lato, il pensiero logico in quanto pensiero attorno a problemi logici; per es. il pensiero fisico attorno alle teorie fisiche, oppure il pensiero meramente matematico attorno alla sede della matematica in quanto sistema dottrinale, in quanto teoria. Dall’altro lato abbiamo un intuire e un intuito che rientrano nel mondo-della-vita prima di qualsiasi teoria. Proprio qui sorge l’apparenza di un pensiero puro il quale, indifferente, in quanto puro, all’intuizione, ha già una propria verità evidente, addirittura una verità del tipo di quella che è propria del mondo, un’apparenza che rende problematici il senso, la possibilità e la “portata” (Tragweite) della scienza obiettiva. Siamo nell’estraneità reciproca e assoluta: intuizione e pensiero. Perciò, in generale, la “teoria della conoscenza” rimane una teoria della scienza, fondata su una duplicità correlativa (e la scienza rimane costantemente quella definita dal concetto comune di scienza: la scienza obiettiva). Ma mentre il titolo vago e vuoto di intuizione, invece che qualcosa di trascurabile e di svalutato rispetto all’alto valore della logica che si supponeva contenere l’autentica verità, è diventato il problema del mondo-della-vita, mentre, attraverso una seria penetrazione, l’importanza di questa tematica si è rivelata poderosa, si delinea anche un grande mutamento nella “teoria della conoscenza”, nella teoria della scienza; infine la scienza perde la sua autonomia sia come problema sia come complesso di operazioni, e diventa un problema meramente parziale.

E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Milano, Il Saggiatore, 1983

Confondere la civiltà europea con la civiltà universale è una tentazione ben nota in Europa, almeno a partire dalla grande cultura illuminista. Come ha suggerito Predrag Matvejevic, un brillante studioso dell’identità mediterranea, bisognerebbe sempre evitare di attribuire a una realtà concreta e contingente un significato quasi assoluto, tanto più al termine di un periodo storico come il Novecento, quando il problema dell’alterità, del rispetto delle minoranze e dell’apertura al mondo delle diseguaglianze non eurocentriche appare almeno tanto urgente quanto quello di favorire la diffusione di un’identità comune fra i cittadini europei. Ma è possibile vedere nell’Europa un ambiente culturale in qualche modo unitario? Disomogeneo, diviso fra la rete multiforme delle periferie e il sistema delle grandi capitali, fra le diverse identità nazionali e geografiche, ma fondato sul pluralismo di una tradizione condivisa? La letteratura del Novecento ha mostrato di possedere una grande sensibilità per questi temi, sui quali si è interrogata ripetutamente anche molti anni prima della nascita dell’idea politica di un’Europa unita. A ciò si deve aggiungere la profonda vocazione internazionale della letteratura europea novecentesca. Tutti i grandi autori del XX secolo, infatti, hanno costruito le loro identità individuali confrontandosi con le tradizioni straniere e rivelandosi addirittura, molto spesso, dei traduttori geniali capaci di rinnovare il loro contesto culturale introducendovi la voce di autori di altre nazionalità. Nella cultura del Novecento è sempre sembrato un fatto necessario sentirsi parte di due o più mondi, essere dotati di una fedeltà culturale “bilocata ed extraterritoriale”, per riprendere le parole di un grande poeta irlandese contemporaneo, Seamus Heaney, cresciuto per di più all’interno di una tradizione profondamente ferita dall’esperienza del terrorismo separatista. Può risultare utile, quindi, e forse necessario per ricostruire il panorama letterario europeo, rievocare le idee sull’Europa espresse in momenti diversi da alcuni grandi scrittori europei.

Opinioni sull’Europa: dalla fin de siècle alla seconda guerra mondiale

Hugo von Hofmannsthal, poeta e drammaturgo fra i massimi esponenti della grande cultura viennese, tiene a Oslo nel 1916, nel pieno della prima guerra mondiale, una conferenza sull’Europa da cui si ricava il senso di un’esperienza sconvolgente. Il conflitto mondiale, scrive Hofmannsthal, fa crollare sotto i suoi occhi l’idea d’Europa con cui è cresciuta tutta la sua generazione, una generazione che all’idea di un’umanità europea ha sacrificato gran parte dei propri sforzi creativi. Certo, in quelle ore di battaglia anche il discorso del grande scrittore assume inevitabilmente qualche tonalità apologetica nei confronti dell’Austria, ma anche in seguito, dopo aver testimoniato lucidamente la dissoluzione dell’Impero asburgico – cioè il cuore della sua Europa – Hofmannsthal avrebbe ribadito la sua fede in un’identità europea non di tipo geografico né di tipo etnico, ma cresciuta sotto la spinta di un’adesione spirituale sollecitata dagli scambi di idee e di cultura, anzi unificata nelle sue diverse tradizioni proprio dal valore riconosciuto da tutti i principali intellettuali agli “scritti come spazio spirituale delle nazioni”. Era come dire che una tradizione, quando è evidente, è fatta soprattutto di conflitti e di confronti: anzi, come avrebbero notato in seguito anche altri studiosi, ogni tradizione vera è alla lettera un’interrogazione permanente.

La prospettiva di Hoffmansthal nasce in un contesto molto particolare. Fra le conseguenze della prima guerra mondiale, infatti, la dissoluzione dell’Impero asburgico colpisce più duramente l’assetto profondo della cultura europea. Fino ad allora la “grande Vienna” di Ernst Mach, Sigmund Freud, Joseph Schumpeter, Adolf Loos e Karl Kraus è stata una capitale letteraria, artistica e scientifica che non ha avuto nulla da invidiare a centri cosmopoliti come Parigi o Londra. Non a caso un altro dei grandi letterati viennesi dell’epoca, Joseph Roth, che è anche un ufficiale dell’esercito austriaco nella Grande Guerra, nel suo capolavoro, La marcia di Radetzky (1932), rappresenta la caduta dell’impero come una rottura fra padri e figli, dove il mondo dei padri non solo rappresenta qualcosa di diverso, ma qualcosa di cui non rimangono più tracce. Al centro del romanzo, poi, per suggerire l’idea di un tramonto definitivo, Roth descrive un incontro laconico ma struggente fra due vecchi: il vecchio Trotta, padre del protagonista e l’imperatore Francesco Giuseppe che gli concede udienza.

Questa l’immagine dell’Europa che si ricava dalla prospettiva del declino asburgico, un’immagine che anche un romanziere come Robert Musil avrebbe condiviso per spostarla, però, probabilmente sui registri sarcastici con cui nell’ Uomo senza qualità vengono descritti gli inutili progetti politici della civiltà viennese. Stupisce di più, invece, trovare un analogo senso di disfatta e di rovina nella tradizione francese, dove, almeno in senso politico, la guerra ha segnato una vittoria sui prussiani. Tuttavia, quello che forse è allora il più importante e ascoltato fra i poeti di Francia, Paul Valéry, scrive due saggi in forma di lettera, intitolati La crisi del pensiero del 1919, dove si afferma che lo stato intellettuale dell’Europa, “l’Europa mentale” come la chiama, è giunta semplicemente al suo naufragio. Come nel caso di Hofmannsthal non bisogna scambiare il tono accorato dello scrittore per un giudizio negativo. Sembra piuttosto vero il contrario. Valéry intende richiamare tutti a un esercizio di memoria e propone di fatto alcune linee di riflessione che costituiscono un vero e proprio tracciato per definire prima l’identità originaria dell’Homo europoeus (la derivazione dall’impero romano, lo spirito greco, la cultura cristiana), e poi il ruolo dell’“uomo europeo” nel futuro, intuendo fra l’altro la necessità di meditare sul rapporto fra l’Europa e il continente asiatico. È quasi ovvio osservare che nella posizione del Valéry engagée si rispecchia perfettamente la disciplina classica della sua poetica, secondo la quale il disordine preclude alla possibilità di produrre un ordine nuovo.

In perfetta coincidenza cronologica con Valéry, nel 1919 anche il poeta americano naturalizzato inglese Thomas Stearns Eliot propone l’idea di un’identità culturale di lungo periodo, affermando recisamente, nel suo saggio su tradizione e talento individuale, che in letteratura “il presente è consapevolezza del passato” e che per questo un poeta contemporaneo deve essere consapevole che “lo spirito dell’Europa” è in continuo movimento, ma che tale movimento è fatto in modo che nulla viene abbandonato per strada, che “né Shakespeare né Omero vanno mai in pensione”. Anche José Ortega y Gasset in opere come Spagna invertebrata (1921), La ribellione delle masse (1930) e più tardi Meditazioni d’Europa (1949) si mostra impegnato in un’indagine della tradizione spagnola come parte integrante del mondo europeo (un’analisi più conflittuale viene invece proposta dalla sua allieva María Zambrano in L’agonia dell’Europa). Ma idee per molti versi analoghe a quelle di Eliot e Valéry, si trovano in seguito anche in scrittori e pensatori apparentemente molto distanti come per esempio il filosofo tedesco Edmund Husserl, che nella Crisi delle scienze europee (1936), parla di una vera e propria “idea filosofica immanente all’Europa”, oppure nel lavoro di un protagonista indipendente del dibattitto europeo come il cecoslovacco Jan Patočka, che nei suoi Saggi eretici, pur moderando l’eurocentrismo husserliano vedeva nella nascita della filosofia in Europa “il soccorso di una forza per non disperare nel futuro”. Ma è giusto ricordare anche il nome di Benedetto Croce che, proprio all’indomani dell’insediamento dello stato fascista, affida alla sua Storia d’Europa nel secolo decimonono, uscita nel 1931, il compito di difendere i valori etico-politici del pensiero liberale.

Un punto di vista maggiormente dubbioso viene ancora dalla Francia dove nel 1932, uno dei padri della classe intellettuale francese, Julien Benda rivolge “ai dottori di tutti i paesi” il suo Discorso alla nazione europea richiamando tutti ai valori dell’unità: “Tocca a voi proclamare alle vostre nazioni ch’esse sono perpetuamente nel male per il solo fatto d’essere nazioni”. Bisogna ricordare che l’ammonimento caloroso di Benda, “chierico” difensore dei valori tradizionali, viene scritto proprio all’inizio di quel lungo processo di affermazione dei totalitarismi nazionalisti che avrebbe portato ben presto a una guerra che sarebbe stata europea prima di diventare mondiale. Ma al di là del dibattito politico, Benda prevede lucidamente che l’Europeo sarebbe stato inevitabilmente meno strettamente determinato dal suolo, quindi meno legato di un francese alla Francia o di un tedesco alla Germania, ma proprio per questo il suo spirito avrebbe condiviso soprattutto i linguaggi universali della scienza e della riflessione intellettuale, segnando quindi una dura lezione a discapito di letterati e artisti.

Il dramma del secondo conflitto mondiale porterà ancora più decisamente in primo piano queste inquietudini. Secondo Giaime Pintor, intellettuale italiano di sincera vocazione europea, la storia ha costruito un dramma perfetto per la sua generazione. Pintor scompare ventiquattrenne subito dopo essere passato partigiano, ma anche la generazione seguente, mentre fa il suo faticoso ingresso nella democrazia, intende porre il problema della modernità europea, che in Italia troverà poi forme concrete di azione politica attraverso figure come quella di Altiero Spinelli e il suo Movimento federalista europeo, fondato nel 1943. E certo non è un caso se nel fermento della libertà riconquistata anche uno storico di profonda cultura antifascista come Federico Chabod, allievo di maestri come Salvemini e Meinecke, riprenda le proprie lezioni nel 1943 in una Milano ancora stravolta dalla guerra, con un corso memorabile dedicato alla Storia dell’idea di Europa. A conclusione del suo percorso storico Chabod afferma “che nel formarsi del concetto d’Europa e del sentimento europeo, i fattori culturali e morali hanno avuto, nel periodo decisivo di quella formazione, preminenza assoluta, anzi esclusiva”, e così facendo intende soprattutto ricordare che l’ethos europeo è qualcosa di molto più articolato e duraturo di quanto non abbiano tramandato le mitologie nazionaliste. Anche se, ed è giusto ricordarlo, le speranze che sorgono così immediate e luminose nell’odissea degli ultimi anni di guerra sono destinate a lasciare più che altro una traccia ambigua, in una vicenda comunitaria destinata anche a passare attraverso molte illusioni, spesso tragicamente infrante. Nel 1949, poco prima di togliersi la vita, il figlio di Thomas Mann, Klaus, scrive per esempio un saggio che si intitola La ricerca della casa dello spirito europeo. È un discorso sulla storia della prima metà del secolo e gli intellettuali, sui compiti che si profilano anche per loro all’alba della guerra fredda. Senonché Klaus Mann non si dà veramente un approdo, il suo anelito a una casa rifluisce semmai in una sorta di disperazione assoluta che, a suo giudizio, può forse dar luogo a una nuova forma di fede.

Il gusto e il dialogo europeo

Il Novecento è senza dubbio il secolo in cui si è tradotto di più, forse anche per l’esigenza dell’industria culturale di portare sui diversi mercati nazionali prodotti sempre nuovi. Con ironia, ma anche testimoniando una situazione reale, Eugenio Montale ama dire che in Europa esiste una vera e propria Internazionale della poesia, ben più ricca e polifonica del corrispettivo apparato comunista. I grandi lirici seguono a distanza il lavoro reciproco ma spesso cercano contatti personali sulla base delle loro poetiche. E in effetti a osservare anche solo il lavoro delle riviste, anzi non è esagerato dire di una qualsiasi rivista letteraria europea, si nota il ruolo di primo piano riservato alla campionatura delle letterature straniere. In Italia il periodo in cui si traducono, o ritraducono, i grandi classici della lirica e del romanzo europei è la stagione ermetica. Secondo Andrea Zanzotto, per esempio, è questo il merito da riconoscere al lavoro di quella generazione di autori che, pur fra molte indecisioni, permette alla cultura italiana di non perdere il contatto con le punte più avanzate della ricerca internazionale. Ma è soprattutto quando si viene alle nuove generazioni che l’idea di una comunità culturale internazionale sembra realizzarsi in modo così spontaneo che si fatica ad attribuirle il predicato di cosmopolitismo. Da una parte la geografia europea risulta uno spazio totalmente a portata di mano. Se si prende, fra i molti esempi possibili, l’esperienza eccentrica di un narratore della provincia italiana come Pier Vittorio Tondelli si vede bene come buon parte della sua opera faccia riferimento all’ambiente europeo come a uno spazio familiare. Gli antieroi protagonisti del suo primo romanzo, Altri libertini (1980), passano quasi senza soluzione di continuità dai dintorni dei loro paesi natali alla rete delle città europee, fino ad Amsterdam, Londra, Parigi, Madrid.

Certo a un immaginario spesso condiviso non corrispondono affatto linguaggi comuni, ma la diversità degli stili e delle lingue appare una delle maggiori ricchezze disponibili nell’ampio sistema conflittuale delle letterature nazionali. Anzi è da osservare con interesse ma anche con cautela l’imporsi di un gusto internazionale che corre il rischio in certi casi di appiattire la diversità nella ripetizione di elementi costanti. Così il successo europeo di alcuni grandi narratori non deve essere considerato un canone fisso dell’attuale letteratura europea, e ancora meno come il frutto di un’omogeneizzazione dei gusti del pubblico. Per ricordare alcuni titoli, romanzi come Cortesie per gli ospiti (The Comfort of Strangers, 1981) e Bambini nel tempo (The Child in Time, 1987) dell’inglese Ian McEwan, Il Budda delle periferie (The Buddha of Suburbia, 1990) dell’anglo-pakistano Hanif Kureishi, Le particelle elementari (Les particules élémentaires, 2000) e Piattaforma (Plateforme, 2001), del francese Michel Houellebecq, o ancora Un cuore così bianco (Corazon tan blanco, 1992) dello spagnolo Javier Marías, sono tutti fenomeni di vasta eco che rientano però in un quadro polifonico e tutto in divenire, che abbraccia nella propria unità molteplici mondi artistici. Come sostiene un maestro ironico del romanzo contemporaneo, il cecoslovacco Milan Kundera, è molto importante per la coscienza civile dell’Europa unita che la letteratura e soprattutto il romanzo mantengano il loro carattere dinamico di portatori di quella particolare saggezza data dall’esperienza dell’incertezza. Ogni forma di convivenza, infatti, anche quando può contare su una lunga tradizione di scambi, confronti e correzioni, rimane sempre un’eredità che si deve trasformare, un’ipotesi creativa e metamorfica, proprio come ha dimostrato di essere, nella sua storia secolare, anche l’idea d’Europa.


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