Ossi di Seppia

"Meriggiare pallido e assorto" di Eugenio Montale: parafrasi del testo

A cura di , Sara Bandiera

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Parafrasi

Analisi

In questa poesia scritta probabilmente nel 1916 e tra le più significative del primo Montale, il paesaggio ligure, colto nel caldo meriggio estivo e ricco di particolari concreti, diventa trascrizione metaforica della vita inaridita e priva di senso: il frusciare delle serpi, il movimento incessante delle formiche, il suono quasi metallico del mare, sono tutte espressioni del brancolare privo di senso, dietro le quali si annida prepotentemente il nulla, così apertamente denunciato nella poesia dello scrittore genovese. Non a caso il componimento si chiude con l’immagine del muro che ha in cima "cocci aguzzi di bottiglia", correlativo oggettivo dell’impossibilità di travalicare il limite della condizione umana e comprenderne il significato più profondo.

La poesia si compone di tre quartine e una strofa conclusiva di cinque versi (di varia misura, dall’endecasillabo al novenario) con rime secondo lo schema: AABB CDCD EEFF GHIGH (C è rima ipermetra, veccia: intrecciano; I, irrelato, è in consonanza con tutti i versi dell’ultima strofa).

 

Meriggiare 1 pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia 2
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche 3.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare 4
mentre si levano tremuli scricchi 5
di cicale dai calvi picchi 6.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia 7
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia 8.

Trascorrere il meriggio nella luce abbagliante e nella contemplazione,
vicino al recinto arroventato di un giardino,
ascoltare tra i pruni e le sterpaglie
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o sulla pianta della veccia
spiare le file di formiche rosse
che ora si dipanano ora si riavvicinano
al di sopra di piccolissimi mucchietti di terra.

Osservare tra le fronde il battito
lontano di brandelli luminescenti di mare,
mentre dalle cime rocciose e spoglie
si levano i versi vibranti delle cicale.

E avanzando nel sole abbagliante
percepire con triste sgomento
come la vita intera e il suo tormento
assomiglino a camminare lungo una muraglia
che ha sulla cima dei cocci aguzzi di bottiglia.

 

1 Meriggiare: è il primo di una lunga serie di infiniti e forme impersonali (“ascoltare” “Osservare”, “andando”, “sentire”, “seguitare”) che ricorrono nel componimento, a dar conto di una situazione di desolante staticità nella quale l’io poetico è immerso, in impassibile e inerte contemplazione.

2 veccia: è una pianta rampicante.

3 biche: sono i mucchietti di terra, prodotti dal continuo scavare delle formiche. Nella descrizione dell’insensatezza di vivere che pervade il creato, questa descrizione sembra ricordare quella del “Giardino del dolore” che Leopardi aveva affidato alle pagine dello Zibaldone.

4 scaglie di mare: immagine che Montale ebbe modo di spiegare nel Quaderno genovese: “Un mare che si dibatte sulla riva fangosa e trema e splende in tutte le scaglie come un pesce gigantesco”. Caratteristica degli Ossi di seppia è propria questa capacità di cogliere nel dato paesaggistico le luci, i colori e le forme e nel tradurli nella manifestazione concreta di uno stato esistenziale, che in essi si oggettiva.

5 tremuli scricchi: il suono vibrante delle cicale è reso anche fonicamente. I suoni aspri, che ricorrono per tutta la poesia (fino a subire un’accentuazione nella strofa finale), ricordano le scelte stilistiche del Dante delle “rime petrose”.

6 calvi picchi: cime rocciose prive di qualsiasi forma di vegetazione ("calvi"), a ribadire l’immagine di aridità già suggerita nel primo verso. L’impressione di inquietudine esistenziale, oltre che dal paesaggio brullo e dal ricorso ai correlativi oggettivi, è data anche dal ricorso assai insistito e talora combinato a suoni aspri e secchi della - c - velare (“schiocchi”, “crepe”, “formiche”, “biche”, “scricchi”, “picchi”) della - s - e della - r - (“merli”, “frusci”, “serpi”, “s’intrecciano”, “frondi”, “triste”), del gruppo - gl - (“abbaglia”, “meraviglia”, “travaglio”, “muraglia”, “bottiglia”), oltre che ovviamente da alcune rime particolarmente evidenti, come quelle dell’ultima strofe.

7 triste meraviglia: è la consapevolezza dell’impossibilità (e dell’inutilità) di qualsiasi ribellione al “male di vivere", per l’assenza di una qualsiasi spiegazione alla nostra esistenza di là del muro.

8 La poesia si chiude con l’immagine della muraglia con in cima cocci di vetro (“muraglia”, e non semplicemente “muro”: a suggerire l’idea di qualcosa di davvero invalicabile, quasi che si trattasse, più che di una barriera fisica, di una condizione metafisica ed esistenziale). Il muro è emblema del limite che non può in alcun modo essere superato e dell'insensatezza dell’esistenza in tanta produzione poetica novecentesca: si pensi, a titolo esemplificativo, all’eloquente titolo scelto da Giorgio Caproni per una delle sue ultime e più importanti raccolte poetiche, Il muro della terra.

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