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Montale, “Noi non sappiamo quale sortiremo”: parafrasi e analisi

Passato il momento centrale del poemetto Mediterraneo (nella lirica Giunge a volte repente) e preso congedo dal mare, l'io lirico deve pensare a se stesso e trovare un nuovo principio, contando soltanto su di sé. Insomma: una volta compreso che il mare è, per la “legge severa”, una via di salvezza da non prendere se non pagando con la libertà, l'io lirico deve trovare un'altra strada per proseguire la propria vita.

Isolatosi dal mondo nei movimenti precedenti e lasciata sempre la priorità al mare, l'io lirico si ritrova adesso in una condizione di estraneità nei confronti di cosa resta: può sperare nelle “non tócche radure”, ma si rende conto ben presto che le sue possibilità di vita non sono poi così rosee. A questo è da aggiungere la paura di arrivare in “terre straniere”, cioè in luoghi dove la poesia non valga nulla e anzi ricopra un ruolo subordinato, destinata a decadere. Questi luoghi inospitali, poi, sono caratterizzati dall'assenza di luce solare, principio vitale (ma anche mortale) della Liguria incontrata prima di questo movimento. La presa di coscienza è quindi completa e il terrore che la “favola” diventi “cupa storia” ormai confermato: l'io lirico teme per sé e per il suo futuro, il quale è per giunta anticipato da un presente incerto.

Se presente e futuro non riescono a soddisfarlo, il protagonista non può che rifugiarsi nel passato: ecco che ritorna un omaggio al Mediterraneo, sottolineato dall'appellativo “padre”. Nella fattispecie, il mare viene ringraziato per aver allevato non solo il poeta, ma la poesia in generale, la quale viene inquadrata con la metafora delle “api ronzanti” (derivata da Paul Valéry) e promossa a valore primario per la vita dell'io lirico. Quella che era una “storta sillaba”, allora, si rivela essere portatrice della vita stessa, permessa dall'abbraccio del mare: le “parole […] sapide di sale greco” sono appunto il medium del poeta, il quale spera di trovare, un giorno, una presenza che parli la sua stessa lingua, cioè di ritrovare la propria appartenenza ad un luogo.

Metro: ventotto versi a prevalenza endecasillabica, alternati tra versi brevi e lunghi. Di questi, gli enjambements sembrano indicare la frammentarietà, nel complesso comunque unitaria, derivante dalla forma del congedo-lamento in cui il poeta intende inscrivere questa lirica. Meno intricato rispetto alle liriche precedenti è qui il tessuto fonico, privato anche di alcuni esiti fonosillabici, ma poggiante comunque su assonanze e consonanze, le quali distolgono l’attenzione e spezzano il respiro rimico di alcune rime interne (ad esempio, “teco : greco”).

  1. Noi non sappiamo quale sortiremo
  2. domani, oscuro o lieto 1;
  3. forse il nostro cammino
  4. a non tócche radure ci addurrà
  5. dove mormori eterna l'acqua di giovinezza 2;
  6. o sarà forse un discendere
  7. fino al vallo estremo,
  8. nel buio, perso il ricordo del mattino 3.
  9. Ancora terre straniere
  10. forse ci accoglieranno: smarriremo
  11. la memoria del sole, dalla mente
  12. ci cadrà il tintinnare delle rime 4.
  13. Oh la favola onde s'esprime
  14. la nostra vita, repente
  15. si cangerà nella cupa storia che non si racconta 5!
  16. Pur di una cosa ci affidi,
  17. padre, e questa è: che un poco del tuo dono
  18. sia passato per sempre nelle sillabe
  19. che rechiamo con noi, api ronzanti 6.
  20. Lontani andremo e serberemo un'eco
  21. della tua voce, come si ricorda
  22. del sole l'erba grigia
  23. nelle corti scurite, tra le case 7.
  24. E un giorno queste parole senza rumore
  25. che teco educammo nutrite
  26. di stanchezze e di silenzi 8,
  27. parranno a un fraterno cuore
  28. sapide di sale greco 9. millenaria.[/fn].
  1. Noi non sappiamo quale sorte avremo
  2. domani, se sarà triste o felice;
  3. forse il nostro cammino
  4. ci porterà a radure che non siano sciupate
  5. in cui scorre eterna l'acqua della giovinezza;
  6. o forse (il nostro cammino) sarà una discesa
  7. fino al confine più lontano,
  8. nel buio, avendo dimenticato il ricordo del mattino.
  9. Ancora terre a noi estranee
  10. forse ci accoglieranno: dimenticheremo
  11. il ricordo del sole, dalla mente
  12. scivolerà via il suono delle rime.
  13. Oh, il racconto tramite cui si racconta
  14. la nostra vita, all'improvviso
  15. si trasformerà in una storia buia che non dice nulla!
  16. Ancora una cosa ci lasci,
  17. padre, ed è questa: un po' del tuo regalo
  18. che è passato per sempre nelle sillabe
  19. che portiamo con noi, api ronzanti.
  20. Andremo lontano e conserveremo un'eco
  21. della tua voce, come si ricorda
  22. del sole l'erba avvizzita
  23. all'ombra, nei cortili, tra le case.
  24. E un giorno queste parole senza suono
  25. che con te imparammo ad usare, nutrendole
  26. di stanchezze e di silenzi,
  27. sembreranno ad un cuore fraterno
  28. saporite di sale greco.

1 Lieto: il congedo dal mare è diventato effettivo. Abbandonato il principio che avrebbe potuto dare un senso alla propria vita, l'io lirico, in una lucida presa di coscienza, ragiona sulla finitudine della sua conoscenza. Da notare è il sentimento di insicurezza che caratterizza il distacco dal mare. Il “noi”, infine, è rappresentativo non solo dell'io lirico e del genere umano che vuole essere autosufficiente, ma anche dei poeti, che sembrano fare parte di una ristretta cerchia elitaria (cfr. anche il “noi”sottinteso di Non chiederci la parola). In un caso e nell'altro, comunque, il pronome personale soggetto serve a designare una pluralità di cui l'io lirico vuole farsi araldo.

2 Giovinezza: immaginando il proprio domani, l'io lirico ipotizza l'arrivo ad una terra promessa, la quale viene descritta tramite litote, “non tócche”, sembra quasi voler sottolineare la differenza con le radure che egli è solito scorgere, dando un chiaro spunto metonimico all'espressione, la quale descrive una radura in cui non vi siano frutti ed alberi marciti, vale a dire una radura fiorente, una sorta di Eden. Lo scroscio fragoroso (e potenzialmente fonosillabico per il “mormori”) dell'“acqua della giovinezza”, il cui “eterna” dà una caratterizzazione quasi mitica (a cui l’impiego del latinismo “addurrà” spinge), rafforza ulteriormente questa idea del ritorno all'età dell'oro. La “radura” stessa, infine, è un topos della poesia degli Ossi.

3 Mattino: coerentemente al dualismo che caratterizza le proprie supposizioni, l'io lirico immagina il caso migliore ed il caso peggiore. È qui descritto il secondo, la cui idea è data dalla discesa (che ha ora un carattere negativo, sebbene nei movimenti precedenti portasse al mare; cfr., ad esempio, Scendendo qualche volta) verso il punto di fuga (“vallo”, possibile sinonimo semantico della “muraglia” di Meriggiare pallido e assorto) che sancisce l'allontanamento dalla sofferenza. Per di più, il “buio” aggiunge un tono lugubre al cammino, non facendo presagire nulla di buono, e forma una coppia rabbrividente con il “ricordo del mattino”, perso come se fosse una speranza di redenzione ormai decaduta. Ecco ritornare, quindi, la “divina Indifferenza” che era già in Spesso il male di vivere.

4 Rime: il sentimento dell'io lirico prende qui la forma di un forte senso di inappartenenza. Le “terre straniere” sono quelle in cui egli non riuscirebbe a trovare un senso per la sua vita. Sono infatti caratterizzate principalmente dalla perdita: prima la “memoria del sole”, elemento tipico del paesaggio ligure montaliano, e poi dal “tintinnare delle rime” (che spinge a considerare la pluralità del soggetto come il gruppo dei poeti), tratto distintivo della sua/loro esistenza, specialmente se considerato in chiave metonimica.

5 Racconta: Da notare è qui l'impiego di “favola”, sicuramente di rimando alla dannunziana “favola bella”: il capovolgimento della poesia di D'Annunzio è utile a descrivere, sempre tramite la negazione (questa volta concettuale, quindi sotto forma antitetica), lo stato dell'io lirico. La poesia propria di quest'ultimo è caratterizzata dal buio, visto come tappa finale della propria vita, che non sarà più in grado di dire nulla di chiaro, e dal silenzio, visto come      impossibilità e sterilità della comunicazione.

6 Ronzanti: pur essendo il mare ormai distaccato dal suo pensiero, l'io lirico non può non ricordarlo e non omaggiarne ancora una volta la personificata paternità, sottolineandone la potenza generatrice. Egli, come tutti gli altri poeti, sente di dare un accenno di devozione al suo/loro creatore, che a suo tempo li ha ispirati, ricordando che nelle sue/loro “sillabe” ne sarà per sempre presente il suono. Le “api ronzanti”, perciò, potrebbero essere, secondo un indubbio processo metaforico, sia le sillabe sia i poeti stessi.

7 Case: alludendo alla lontananza dal mare, l'io lirico si ripiega sui propri ricordi e, quasi automaticamente, ricorre ad un correlativo (espresso tramite similitudine) per indicare il proprio stato d'animo: l' “erba grigia”, simbolo di aridità e caducità, viene accomunata allo stato d'animo del poeta, lontano dal mare. Da notare è anche la condizione ombrosa in cui si trova (“scurite”), lontano dal sole, e il punto (“corti”), i quali rimandano, però capovolgendoli, ai cortili di cui si parla nei Limoni.

8 Silenzi: da notare è l'ambivalenza delle “parole”, le quali esprimono una dimensione vitale sia per gli esseri umani sia per i poeti. Ancora una volta la paternità dell'esistenza è rivolta al mare, il quale ha svezzato con il suo suono la capacità di espressione di cui si parla; bisogna però tenere in conto che le parole sono ossimoricamente “nutrite / di stanchezze e di silenzi” (che, di nuovo, ricordano l’impossibilità dell’atto linguistico che è già in Non chiederci la parola), come se dovessero rappresentare la condizione dell'uomo che, dinnanzi al mare, non può altro se non ascoltare e lasciarsi andare al suo suono, perché esausto della vita a cui è obbligato. Se le parole portano il timbro del mare, quindi, è proprio perché nascono dal silenzio e dalla stanchezza degli uomini-poeti.

9 Greco: la lirica si chiude con un altro omaggio al Mediterraneo, il “piccolo stagno di rane” che era, in età greca, il centro della vita. Ripercorrendo il tempo all'indietro, Montale ricorda le grandi tradizioni poetiche nate nei paesi bagnati dal mare, di cui particolarmente la Grecia, che ha segnato la nascita della poesia occidentale. Il “fraterno cuore”, quindi, è la resa metonimica del lettore stesso, il quale sceglie di accostarsi alla poesia affinché questa gli possa comunicare un sentimento puro e carico di una tradizione millenaria.